Il cinema sociale: La Nave Dolce di Daniele Vicari

 

Daniele Vicari, dopo neanche un anno da Diaz – non pulite questo sangue, film-verità sul pestaggio alla scuola Diaz durante il G8 di Genova, torna con un documentario, La Nave Dolce, che racconta la storia della nave Vlora e di chi su di essa era a bordo l’8 agosto 1991: 20000 persone che dal porto di Durazzo, in Albania, cercavano disperatamente una via di fuga verso la vanagloriosa Italia, attraversando il loro proprio “muro di Berlino”: il Mar Adriatico.

Il film è “commissionato” a Vicari dall’Apulia Film Commission nel 2011: la Regione Puglia voleva infatti commemorare il ventennale dei primi sbarchi albanesi, avvenuti nel marzo/aprile 1991 a Brindisi.

Il documentario in realtà non è molto diverso dal film Diaz: entrambi sono molto narrativi, entrambi raccontano storie di individui e non si limitano a narrare i fatti ma esplorano nei sentimenti, entrambi si sviluppano in cinque atti in un crescendo di drammaticità, come una vera e propria tragedia, che in Occidente da sempre racconta eventi epocali: è così che Vicari vede infatti l’arrivo della Vlora, un cambio di direzione anche della stessa Italia: non più Paese migrante ma Paese in cui emigrare; Paese di confine tra il comunismo dell’est e la frontiera capitalistica dell’ovest.

E’ apprezzabile la scommessa di Vicari, che decide di realizzare un documentario invece che un film narrativo: per quanto narrativo, infatti, è abbastanza certo che richiamerà sempre meno pubblico di altri generi cinematografici.

I testimoni-attori sono puntualmente scelti, tra di loro vi è anche un volto noto, quello di Kledi Kadiu, ballerino dei primordi della De Filippi, che era a bordo della nave Vlora, e quello di Robert Budina, regista.

Notevole  anche il lavoro d’integrazione del materiale di repertorio, reperito sia negli archivi televisivi italiani sia albanesi (le prime riprese in 8mm in b/n sulla partenza della nave), e gran parte del merito va anche agli operatori delle tv, che spesso trasformano le riprese di routine, quelle della nave stracolma, o degli uomini ammassati sulle banchine del porto di Bari, in riprese veramente cinematografiche: vengono in mente i primi piani, da Vicari sapientemente inseriti nella seconda parte del film, e l’ultima inquadratura, quella di una bambola di pezza raccolta per terra nello stadio vuoto da un volontario, dalle quali si evince una progressiva opera di “umanizzazione” della vicenda, del singolo essere umano, a indicare probabilmente anche il percorso interiore che il nostro Paese deve fare per integrarsi con i migranti, che al momento in Italia sono 6 milioni.

Il film stimola comunque reazioni forti, a mio parere, in due sensi a livello di immedesimazione spettatoriale: nel primo senso il ‘non mi potrebbe mai succedere’: la paura o la pietà, contro l’uguaglianza del secondo senso ‘su quella barca potevo esserci io’ su cui Vicari insiste tantissimo, come gruppo, come collettività, come solidarietà, contro ogni forma di pietismo gratuito.

Ma fa piacere come il sociale rientri così spesso tra le tematiche di un regista giovane e attivo come Vicari, che si trovino i finanziamenti per produrlo e per fare dei nomi (finalmente, non come nell’ultimo di Soldini, nel quale si lasciavano parlare le statue), spesso così difficili da pronunciare nel nostro Paese.

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5 thoughts on “Il cinema sociale: La Nave Dolce di Daniele Vicari

  1. Ciao Irene! La Nave Dolce devo assolutamente andare a vederlo, concordo su quanto dici riguardo Diaz, un’unica domanda ti pongo: in questi ultimi tempi sono usciti alcuni film che parlano degli immigrati: vedi Terraferma, Il Villaggio di Cartone, Cose dell’altro mondo, e tutti in modo diverso, può un film cambiare qualcosa? ciao

    • mi permetto d’intervenire sul commento di rosa con spine.
      Certo che può cambiare qualcosa.
      Bisogna fare una distinzione netta tra documentario e film, perchè sono due modalità di scrittura e ripresa completamente diverse.
      Nel caso dei film di fiction, quello che è importare è avere l’attendibilità delle fonti.
      Terraferma e Diaz, la hanno.
      Quello che rimane è una grande componente divulgativa e informativa che si potrae dal grande schermo.

    • Il villaggio di cartone non l’ho ancora visto. Terraferma di Crialese non mi piacque granché, ma non tanto per le tematiche quanto proprio per il mondo in cui l’ha girato che non mi aveva convinto. Però, apparte questo. Un film, un libro, un articolo di giornale, non possono cambiare niente nel contingente. Ma nel putativo, bé, credo di si.
      Ti cito l’epigrafe del Teatro Massimo di Palermo che conosco a memoria e ogni tanto mi ripeto dentro di me: “L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita: vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire.”
      E’ esattamente la mia concezione di arte.

  2. Diaz non non lo vedrò mai, visto che c’ero e nessun film potrà mai raccontarare la vergogna che fu (non alla Diaz, ma a Genova). La nave dolce è un pò la stessa cosa: prima li abbiamo stigmatizzati come bestie poi si sono salvati perchè ll gruppo sociale che fa sempre da caprio espiatorio è cambiato (rumeni9. Ma qui si parla di film, quindi è solo per inciso…
    Ciao Irene

    • Una parte di noi italiani, li ha stigmatizzati come bestie…non è un caso che la Lega Nord sia nata nel 1991 coincidendo appunto coi primi sbarchi di cui questa nave parla… Il forestiero ha sempre fatto paura, ci siamo sempre chiesti “è diverso da me?, può danneggiare il mio mondo?”, ma è proprio in questo che questo film secondo me è illuminato, è tutto visto in un’ottica diversa, nell’ottica della domanda di cui parlo nel post “sarebbe potuto succedere anche a me?”
      un saluto 🙂

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