7 Psicopatici o il pulp che va sempre di moda

 

“Ho deciso che vengo a ucciderti martedì.”

“Ok. Martedì sono libero.”

McDonagh torna a dirigere dopo In Bruges e lo fa con questo film, 7 Psicopatici, decisamente irriverente e simpatico ma che lascia con sé anche una discreta firma autoriale.

La storia è quella di Colin Farrell (affezionato al regista ormai!), scanzonato e alcolista sceneggiatore della Hollywood della decadenza del nuovo millennio, che per scrivere un soggetto su sette psicopatici ha bisogno di trovarli sul serio, questi sette, perché lui non lo è abbastanza, forse, e la pazzia non è facile da immaginare.

Colin Farrell come simulacro per criticare o semplicemente per parlare di un modo di fare cinema nel quale l’invenzione non è più tale, nel quale si riciclano continuamente storie su storie, in un citazionismo esasperato: non è un caso che questo film respiri di pulp, e se parliamo di pulp dobbiamo parlare per forza di Tarantino che, più o meno dal 1992, anno de Le Iene, il citazionismo ce lo sbatte in faccia come acqua di rose.

Ma ci piace Tarantino, ci piace da morire, e di certo McDonagh gli è molto debitore: viene in mente la scena iniziale, quella con Michael Pitt, durante la quale i due gangster, prima di uccidere una persona parlano del Padrino e di aneddoti delle loro carriere: Vincent Vega e Jules non facevano forse lo stesso dieci minuti dopo l’inizio di Pulp Fiction, parlando di massaggi ai piedi?

Ma di certo i riferimenti di McDonagh non si fermano al buon Quentin: un omaggio al Kieslowsky di Tre Colori lo leggiamo nel letto d’ospedale della moglie di Christopher Walken, il deserto di tutta la seconda parte del film è tutto debitore di certe immagini che da anni i Coen ci regalano coi loro algidi noir.

Ma il film è anche impregnato di una non indifferente componente metacinematografica: dove finisce il film e inizia la vita reale (il protagonista di chiama Marty, come il regista), dove finiscono i personaggi e iniziano gli psicopatici. Linee di demarcazione sottili, quasi invisibili, tenute insieme però dal forte impianto di sceneggiatura, che riesce a concludere e bene la trama, a tenerla unita, compito che davvero non era così semplice in un film che altrimenti sarebbe potuto risultare caotico, e invece no: come il terrorista/monaco che dal martirio crea la luce, noi subiamo il fascino della pazzia, quella di Tom Waits (quasi “Dexteriana”), che, come in Haneke, annulla la necessità di qualsiasi tipo di morale, annulla la necessità di qualsiasi tipo di dialettica bene/male, visto che le due cose così spesso si fondono, e nella vita vera e nella finzione (forse a volte abusata) del cinema.

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