La sposa promessa (dell’integralismo ebraico)

Un film israeliano, ma soprattutto ebreo, ebreo ortodosso, fino al midollo.

Rama Burshtein è israeliana? E’ americana, ma ha scelto la vita chassidica di una comunità ultra-ortodossa di Tel Aviv.

La storia è quella di una ragazza, Shira (Hadas Yaron, vincitrice della Coppa Volpi a Venezia), che sta per sposare l’uomo dei suoi sogni e proprio mentre sta per farlo, alla festa di fidanzamento, la sorella Eshter muore di parto, scombinandole i piani e l’avvenire.

Una trama esile esile per un film che stenta a prendere il volo: causa forse della sobrietà estrema , o dell’inesperienza della regista (è un’opera prima), infatti non si preme molto la mano sullo stile registico, soltanto la fotografia, arricchita da una sorta di effetto biancastro da sotto-vetro, rende l’idea, esteticamente parlando, del clima che si respira in questo film: un’innocenza forzata, ostentata, asfissiante e accecante come nebbia polverosa. E anche claustrofobica: il film è infatti girato quasi completamente in interni, quasi un kammerspiel se non fosse per i moltissimi silenzi, gestiti attraverso un (ab)uso di primi piani e piani medi. Proprio questo insistere sui piani ravvicinati fin dall’inizio del film ne tramortisce la possanza emozionale: non c’è un avvicinamento progressivo al dramma: esso ci viene subito sbattuto in faccia e rimane monocorde fino alla fine che per fortuna non tarda ad arrivare, infatti la Burshtein non la tira molto per le lunghe, e in un’ora e mezza ci racconta tutto.

In Italia il film esce proprio mentre tra Israele e Palestina sta imperversando l’ennesimo conflitto. Un caso, certo, ma ci dà da pensare la visione di questo film, e mette anche un po’ d’amarezza. Nessuna riflessione politica contingente, solo la necessità di ribadire un certo integralismo religioso che non porta assolutamente da nessuna parte, non si schiera, elude; anzi, si può forse azzardare il ragguaglio con certi ambienti islamici altamente disprezzati: vedere donne ad un certo livello di sottomissione, per le quali le parole d’ordine sono “ubbidienza” e “preghiera”, con uomini che ringraziano il signore “per non avermi fatto nascere donna”, mette un po’ di tristezza. E di sconforto, leggendo di un’imprenditrice che al festival di Venezia ha gridato al capolavoro, poiché il film rivendicava una dimensione di “annullamento e protezione” che a lei era lontana anni luce e mancava.

Insomma un film tutto sommato onesto, ma non veramente performante in ciò che esprime, sia a livello sociale, che soprattutto, e forse questa è la parte importante, a livello emotivo.

 

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