I dieci film del 2012 secondo Irene

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Siamo arrivati alla fine di quest’anno e, come ogni buon blog, anche nel mio vorrei intervenire con la mega classifica dei dieci film più belli del 2012. Non che ci siano state grandi emozioni come lo scorso anno, con almeno due film da 5/5 pieno. Tuttavia, abbiamo avuto i nostri bei film anche se spesso non si è trattato di grandi autori o chissà quali prove registiche.Da notare, ho preso in considerazione i film USCITI IN SALA IN ITALIA quest’anno, da gennaio a dicembre, nonostante alcuni magari fossero stati prodotti l’anno precedente o presentati in qualche festival o usciti negli usa. Vi parlo come sempre di film usciti in sala in Italia.

Ammetto una lacuna molto grande: non ho visto Pietà di Kim Ki Duk che ha vinto il Leone d’oro a Venezia. Non lo troverete in questa classifica. Ci fosse un’undicesima posizione vi metterei Killer Joe di Friedkin, stupefacente ma non fino in fondo, e poi si sa che non amo particolarmente i film di genere…

Iniziamo. Ovviamente in ordine dall’ultimo al primo. Per il pathos!

10) Cosmopolis – di David Cronenberg: Un film di parole, tratto da un romanzo del geniale autore postmoderno Don DeLillo, parole talmente pressanti da scalvalcare pure gli eventi, da schiacciarli, congelarli, sminuirli. Il percorso di decostruzione di un uomo d’affari chiuso nel suo solipsistico mondo che ovatta non solo i rumori, ma anche le facce, le persone che stanno all’esterno, tutti potenziali nemici. Cronenberg sceglie con azzardo il protagonista (Pattinson) e indovina: è veramente in linea con tutto il film, ma mediamente tutte le interpretazioni sono buone e per un film così era veramente fondamentale. Straniante. Tra le righe pure molto cronenberghiano.

9) Diaz – di Daniele Vicari: Indubbiamente controverso, l’episodio su cui il film vuole far luce, oltre che una pagina di violenza è una pagina di disorientamento psicologico e sociale; per questo il film secondo chi scrive è apprezzabile, poiché ha in sé questo forte senso confusionale che, lasciandoci dubbi sull’evento in cui è inserita la vicenda della Diaz (in ogni caso, non si tratta di un documentario!) rafforza lo straniamento e anche l’irrequietezza dello spettatore, che esce dalla visione abbastanza disturbato.

8) EX AEQUO: Bella addormentata – di Marco Bellocchio, un film che ruota intorno agli ultimi giorni di Eluana Englaro e in particolare intorno al dibattito sulla sua morte e sull’eutanasia: il caso Englaro fa da sfondo a tre vicende indipendenti e mai è protagonista da solo. Bellocchio arricchisce il film con una regia attenta, votata al dramma che è chiamata a rappresentare, coadiuvata peraltro da un’ottima fotografia di Ciprì.

J.Edgar – di Clint Eastwood, il film biografico su J.Edgar Hoover dell’FBI, che Clint con maestria ci rende interessante nonostante si tratti fondamentalmente della storia di un tizio che ha passato la vita dietro a una scrivania. Ci sono lentezze, ma che si fanno perdonare per l’ottima recitazione del protagonista Di Caprio e per la buona sottotrama sentimentale (si avvalora la tesi che vuole Hoover omosessuale). Non buoni né doppiaggio né trucco (che hanno reso effettivamente il film macchiettistico).

7) Amour – di Michael Haneke, palma d’oro a Cannes, che forse vince anche il premio per la controversia: io stessa mi trovo abbastanza combattuta su questo film. Da un lato, un pregiudizio sempre presente sulla cattiveria del regista che non gli ho ancora perdonato per Funny Games, dall’altro, la bellezza algida, struggente, immobile di questo film, che si avvale di tre attori bravissimi (Trintignant, Riva e Huppert) per parlare di argomenti delicati come l’amore senile, la malattia, l’eutanasia.

6) EX AEQUO: La guerra è dichiarata – di Valérie Donzelli, film toccante che riesce a evitare il dramma del bambino malato di cancro con una freschezza e una semplicità inusuali e veramente poco artificiose. Un sapiente uso della videocamera (di questo si tratta, infatti) che non richiede particolari prodezze fotografiche che, se mancanti, sono ampiamente compensate da una colonna sonora azzeccatissima.

Cena tra amici – di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, sorta di remake in salsa francese di Carnage di Polanski ma più interessante, più avvincente, e soprattutto con una carneficina “vera” alla fine del film.

Vita di Pi – di Ang Lee, il blockbusterone di cui ho parlato nel post precedente e su cui non mi va di ripetermi.

5)  EX AEQUO: Moonrise Kingdom – di Wes Anderson, andersoniano al 100% tanto da risultare addirittura un po’ manierato, ma che sicuramente stupisce per una storia genuina e ingenua e per un genio visivo che si fa sempre più spazio.

Io e te – di Bernardo Bertolucci. Il Bertolucci modesto che ci piace, che si chiude dentro una cantina e dà vita a delle immagini bellissime per una storia che da sola era così e così. Scommette su attori esordienti e alla fine viene ripagato. Soundtrack eccezionale.

4) Piccole bugie tra amici – di Guillaume Canet. Nonostante le due ore e mezza non ci si stanca mai delle vicissitudini raccontante con leggerezza e freschezza di questo gruppo di amici, tra i quali spicca Marion Cotillard.

3) Un sapore di ruggine e ossa – di Jacques Audiard, probabilmente il migliore film francese dell’anno: l’ultima spiritualità possibile, in una società di fisicità, per Audiard, è l’annientamento del corpo, la mutilazione: delle persone letteralmente “a pezzi” che si ricostruiscono, fisicamente ma soprattutto mentalmente, in un’andatura narrativa a singhiozzo. Gli elementi drammatici ci sono tutti, ma non sbadatamente alla mercé dello spettatore quanto celati dietro pose dure e fredde come il ghiaccio del finale, che invece di commuovere subito fanno un lavoro più profondo, disorientano e stupiscono. Immensa Marion Cotillard, migliore attrice dell’anno, secondo me.

2) EX AEQUO Pollo alle prugne – di Marjane Satrapi. Un violinista al quale è stato rotto il violino si dà 8 giorni per morire, poiché nelle sue note vi era racchiusa l’essenza stessa della sua vita. Tra flashback e flashforward si ricostruiscono drammi e gioie della vita dell’uomo e delle persone che gli sono più care in un percorso interiore che ci porterà solo nel finale a capire la vera importanza del violino stesso. Toccante, ben architettato e ben fatto: si resta catturati e toccati nel profondo da questa triste favola in salsa mediorientale.

Venuto al mondo – di Sergio Castellitto. Miglior film italiano dell’anno, racconta una bella storia e la porta fino alla fine, con tanto di buoni colpi di scena. Castellitto non sfodera una regia dirompente ma si focalizza sulle immagini e lo fa vincendo: ci fa entrare in un mondo esteriore che è anche mondo interiore, che si riflette all’interno della coppia Hirsh-Cruz (bravi). Un dramma familiare delicato, una controparte drammatica dei Santi giorni di Virzì, un film emozionante che scuote nel profondo.

1) Detachment – di Tony Kaye.Si è creato un rapporto tutto particolare, tra me e questo film. Entrata in sala senza troppe pretese, ne sono uscita in lacrime, in preda a una devastazione interiore. Un ambiente ingenuo, quello della scuola, scopre le sue sottili e spesso infime storie di degrado e di pura cattiveria. Kaye rivela a piccole dosi la trama con grande maestria e grande capacità d’introspezione e sceglie un protagonista davvero azzeccato (Adrien Brody) che rende una prova attoriale eccezionale. Toccante, intenso, ben fatto, anche il finale è sorprendente. Secondo me un piccolo capolavoro.

Con questo vi annuncio che dall’anno nuovo terrò una piccola rubrica settimanale di cinema sulla pagina facebook del programma radiofonico L’Appartamento, di RadioInsieme di Prato, se volete mettete mi piace alla pagina, oltretutto parlano di tanta bella musica e li potete ascoltare il mercoledì sera dalle 20 anche in streaming.

Un saluto cari lettori, grazie di essere arrivati fino qui (ce vò pazienza!), e vi auguro di cuore un felice 2013! 🙂

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Irene

Quando la vita è meravigliosa: Vita di Pi

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Ieri sera mi sono assolutamente persa nel magico mondo oceanico di Ang Lee e del suo nuovo film Vita di Pi, tratto dall’omonimo romanzo di Yann Martel.

Pi è il diminutivo di Piscine Molitor Patel, un ragazzo indiano la cui famiglia possiede uno zoo. Un giorno il padre decide che tutta la famiglia dovrà trasferirsi in Canada, ricominciando una nuova vita e vendendo gli animali che si porteranno dietro dall’India. Proprio per questo si sposteranno con una nave merci. Purtroppo in mezzo al Pacifico la nave viene colta da una tremenda tempesta che la farà naufragare: solo Pi riuscirà a salire a bordo di una scialuppa, in compagnia di una iena, una zebra, un orango tango e una tigre del Bengala.

Una storia “forzatamente” introspettiva e profondamente religiosa: infatti Pi è un divoratore di dottrine, dall’Induismo sua religione “di nascita”, al Cristianesimo, fino all’Islam, religioni che coesistono nella sua terra d’origine e in lui e gli infondono una grande speranza, quella che lo salverà nei 227 giorni che passerà in mezzo all’Oceano: una storia d’intersezione quindi, dove sopravvivenza significa fede e fede significa sopravvivenza, l’una che non può esistere senza l’altra, almeno non nella vita di Pi.

E’ anche una storia profondamente immersa nella natura: immensa, gigante, nella quale anche il più feroce degli animali può essere sconfitto senza problemi, in pochi attimi. Ci vuole la mente per combattere la forza della natura, infatti Pi fa suo il manuale che trova a bordo, ci scrive sopra, è proprio nel momento infatti in cui lui finisce la sua matita e perde il libro che la sua speranza sembra vacillare insieme alla sua fede. Un’incontro e una coesione di scienza e fede, dove l’una non esiste senza l’altra.

Ang Lee sa regalare grandi emozioni (l’unico scivolone è il prologo nel quale mi aspettavo spuntasse Piero Angela da un momento all’altro…) anche usando solo una barca e tanto digitale, ma lo usa bene, rendendo molte sequenze addirittura oniriche. Il 3D in questo senso non che aiuti molto al fine della vicenda, infatti secondo me una semplice proiezione in digitale sarebbe stata ugualmente intensa e efficace grazie all’uso sapiente del colore, spesso assolutamente falsato (la scena con le meduse e quella sull’isolotto di mangrovie) ma che si fa credibile per via della storia incredibile che ci viene contemporaneamente raccontata.

Chi scrive non ha avvertito particolarmente la componente metafisica del film, vale a dire, non ha l’aura suprema di Tree of Life né la stessa potenza filosofica ma è una storia che ha un inizio e una fine, non lascia molte domande, Pi Patel è diecimila volte migliore del Jamal di The Millionaire (che non avevo apprezzato un granché), per quanto “hollywodiani” entrambi i film siano, Lee è indubbiamente superiore su molti versanti a Boyle; ma neanche si può pensare al Cameron di Titanic, per quanto l’episodio scatenante la tragedia sia simile (e pure la computer graphic…)

Il film somiglia piuttosto a quei romanzi d’avventura dei primi anni dell’ottocento, a Emilio Salgari, a Kipling, con tutta la visionarietà, magari irreale o esagerata, ma che rispecchia l’universo interiore del protagonista.

Alla fine del film, ci viene posta la possibilità di scegliere quale storia preferiamo, se quella che ci è stata raccontata o quella, più tragica, con omicidi e cannibalismi, presentata alla compagnia di assicurazioni. La compagnia d’assicurazioni sceglie la seconda poiché più realistica.  Ci viene data la possibilità di sognare, di credere in un miracolo, di capire che come diceva Frank Capra, La vita è meravigliosa.

E non ci vogliamo mai credere.

(Non vi fate ingannare dalla soundtrack del trailer: non v’è traccia né di Sigur Ròs né di Coldplay nel film!)

Love is all you need. Almeno a Natale!

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Eccoci qua a Natale, intanto auguri a tutti e spero che il cibo non offuschi completamente i vostri sensi come sta accadendo a me, che non so esattamente per quale miracolo riesco a mettere in fila qualche parola. Comunque.

Questo Natale il cinema me lo salto a pie’ pari, ma nei prossimi giorni interverrò sicuramente, visto che bramo di vedere Vita di Pi di Ang Lee, La Parte degli Angeli di Ken Loach (uscito da un po’ e mi coglie ovviamente in ritardo!) e The Company you keep di Robert Redford (ho letto di “la sua miglior regia”…).

Però, onde evitare di rimanere troppo indietro, giovedì mi sono sparata Love is all you need, il nuovo film della regista danese Susanne Bier, uscito, appunto, giovedì (a volte il mio tempismo per delle cose di cui mi importa relativamente poco mi spaventa…).

Una donna, Ida, è appena uscita da un periodo di malattia, ma non sa ancora se è riuscita a sconfiggerla. Viene tradita dal marito e la figlia Astrid si sta per sposare. E’ così, al matrimonio che incontra Philip, imprenditore di generi alimentari (arance e limoni) e padre dello sposo, che possiede una villa a Sorrento, dove il rito verrà celebrato.

La storia procede ma procede fiacca e lenta, una sceneggiatura che non si innalza mai a livelli che vanno oltre la lieve risatina, solo la fotografia regala qualche bella inquadratura anche grazie all’ambientazione italiana della costiera napoletana.

Ma tutto è zeppo di luoghi comuni, dalla trama facilmente intuibile nei suoi risvolti e addirittura nelle sue risoluzioni finali, a certa Italia che si vede nel film, fino alla caratterizzazione dei personaggi assolutamente privi di connotati psicologici forti ma reclusi alla fissità del genere (speravo un po’ di più nella protagonista femminile, ma niente!). Gli attori più giovani, che interpretano i due sposini sono assolutamente inespressivi e totalmente inefficaci nei loro ruoli.  Di italiani rivediamo il Ciro Petrone di Gomorra nel ruolo abbastanza “atipico” per la sua faccia.

Non si riscatta neanche la colonna sonora, con un That’s Amore che risuona in ogni scena un po’ come La vie en rose nei film parigini.

Insomma, inutile azzardare con un montaggio che scimmiotta la Nouvelle Vague col suo jumpcut se poi si cade nell’ovvietà e nella banalità a ogni angolo.

Insomma, la Bier è meglio che torni ai suoi drammoni e che lasci la commedia a chi sa meglio farla (Hollywood ad esempio?). Ma, a proposito di commedie sentimentali in salsa nordica, vi consiglio un film che era in concorso a Europacinema dal titolo “Love and other troubles“, di Samuli Valkama, made in Finlandia. Più scorrevole e meno banale di questo.

Buon Natale readers!!!!!! Prima di Capodanno vi posto la mia TOP FILM 2012 per cui preparatevi a criticare! 🙂

Lo Hobbit – un sonnellino inaspettato

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Peter Jackson non s’è accontentato della trilogia-mattone del Signore degli Anelli e siccome squadra che vince non si cambia questo Natale ci propone il prequel, Lo Hobbit che, per chi non lo sapesse, narra la storia del viaggio di Bilbo Baggins (zio del celeberrimo Frodo), viaggio in cui, suo malgrado, trova l’Anello del Potere che segnerà la sfiga della sua famiglia.

Ho amato, nonostante i miei ironici toni, la trilogia del Signore degli Anelli e (per quanto io non sia assolutamente un’integralista tolkeniana) vederla tutta tra i dieci e i tredici anni ha segnato molto indubbiamente la mia idea di cinema e sicuramente lo devo in piccola parte anche al buon Peter se adesso sono così appassionata.

Le buone speranze alla visione dello Hobbit c’erano e, non avendo letto il libro, sono entrata in sala completamente vergine ignara anche della trama.

Con mio grande sbalordimento, mi sono annoiata. Abituata all’assolutistica lotta tra bene e male dell’altra trilogia che ti tiene attaccata al seggiolino e non ti fa fare vita (non credo alle mie orecchie quando la gente mi definisce le battaglie di Le due Torri o, ancora peggio, del Ritorno del Re “pallose”) ho trovato questa “avventurosità fine a se stessa” dello Hobbit troppo ridondante, eccessiva. Colpa sarà anche nel fatto che si è deciso di “annacquare” il contenuto di un libricino (almeno al confronto della Trilogia!) in tre film e due ore e mezza son lunghe da riempire. La sensazione è che non ci siano abbastanza eventi e quelli che ci sono risultano lenti, quasi noiosi.

E’ anche vero che Martin Freeman non è Elijah Wood e la poca introspezione dei personaggi (tutti nani bifolchi senza perché) non aiuta a immergerci nella vicenda che rimane un po’ sostanzialmente vuota.

Tuttavia, guardando il film, ho notato una sorta d’inversione di marcia da parte di Peter Jackson, un richiamo alle sue origini demenziali-splatter (parlo di Splatters – Gli Schizzacervelli in primis) ora che il materiale cartaceo su cui lavorava lo poteva permettere, essendo Lo Hobbit molto meno pretenzioso del Signore degli Anelli (il riferimento è in particolare alla scena della cena dei troll).

Un abuso tecnologico per un film di maniera, che ripete e scimmiotta un po’ il grande se stesso del 2001-2003. Votato indubbiamente al 3D (peccato che chi scrive abbia scovato l’unico spettacolo della sua città proiettato in 2D, un giorno vi parlerò della mia avversione per questa “nuova” tecnologia), non si tiene però di conto della ridondanza e ripetitività di certe inquadrature, l’abuso del plongée dall’alto per esempio ha come unico effetto il provocare il mal di mare.

Nonostante l’impressione bruttina che m’ha fatto questo primo capitolo ho grande speranza nei prossimi due…

The city of children – I figli della crisi

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L’assenza dalle sfere blogghiche, a parte qualche capatina serale per rispondere ai commenti, come annunciato era dovuta alla mia presenza in giuria all’Europacinema di Viareggio. Una settimana di full immersion con tre film al giorno, e infatti vi voglio parlare proprio di un film che era in concorso, ma che oimé probabilmente nessuno avrà mai modo di vedere in quanto dubito che sarà distribuito in Italia.

Il film è greco, e si chiama “The City Of Children“, la città dei bambini. E’ diretto dall’esordiente Giorgos Gikapeppas, e riflette tutta la sofferenza di una nazione sull’orlo del baratro.

Il film incocia le storie di quattro donne, o forse non solo di donne, di famiglie, o forse, ancora meglio, le storie di quattro bambini che devono ancora venire al mondo. Ma il mondo è loro già ostile e lo sentono, questi bambini, in una città, Atene, spersonalizzata ma presente, coi suoi tetti, i suoi cieli, i suoi rumori.

Quattro storie, molto diverse tra loro ma ugualmente commoventi e riflessive. Da una parte due famiglie borghesi, benestanti, le uniche che si potrebbero permettere un figlio, le uniche che per un motivo o per un altro non riusciranno ad averlo; dall’altra, due storie di solitudine e gioventù: una ragazza iraniana chiusa nel suo appartamento, sola col suo nascituro, e una coppia assolutamente instabile, che necessiterà di un evento drammatico per decidersi a incollarsi, e dare vita al figlio che aspettano.

Un film crudele, vero, quasi cattivo. In un costante sottofondo di radio o di tv che trasmette notizie circa la crisi economica (in questo senso mi ha ricordato molto il sottofondo del thriller Cogan-Killing them Softly), il modo drammatico in cui questi personaggi reagiscono ad un avvenimento felice come l’arrivo di un figlio la dice lunga sulla felicità vigente nella nostra società: una felicità data solo dai soldi, dai divertimenti (il ragazzo incollato alla consolle del videogioco), dalle auto costose. Ma tutto ciò andrà perduto, in un climax ascendente di drammaticità: il lavoro del padre di famiglia sarà perso, le auto costose saranno rubate, alcune vite saranno spezzate. A ritrovare un’essenzialità ormai non più presente  in una società che gode della nostra instabilità emotiva, l’incapacità di assestarsi e di prendere decisioni, la nostra sindrome di peter pan sempre più acuta; essenzialità che si ritrova solo nel nucleo familiare, in quello del più stretto legame madre-figlio, quello della ragazza iraniana: non è un caso infatti che quello sia l’unico bambino a vedere veramente la luce, l’unico che nonostante le difficoltà, forse le più eccentuate delle altre tre storie, lotta fino in fondo per nascere, ed è questo il grande messaggio di speranza che questo film ci lascia: si può vivere ed essere felici se si ritrova l’autenticità del condividere senza avidità, senza cattiveria, senza paura per il futuro, per quanto incerto esso sia.

Spero veramente che questo fantastico film esca nelle sale o in dvd in Italia, ma ne dubito. Ad ogni modo vi lascio il trailer, se ho delle nuove circa il suo reperimento anche in streaming ve lo farò sapere immediatamente.

A presto, devo comunicare anche una nuova bella novità ma aspetto il prossimo post 😉

Ritorno al futuro o un tuffo nel passato

ImmagineQuello che vedete sopra è la foto del cimelio regalato dal buon Cinema Odeon alla proiezione della versione ri-masterizzata di Ritorno al Futuro del buon Bobby Zemeckis, che sono andata a vede il 5 dicembre complice il biglietto a 5 euro.

Il mea culpa arriva subito: non avevo mai visto Back to The Future! Ho presumibilmente avuto un’infanzia triste perché a dieci anni spargevo lacrime amare per la scena sulla spiaggia di Contact e ignoravo l’esistenza di questo simpaticissimo, cultissimo, esilarante film.

Probabilmente è che non sono una maniaca degli anni 80, una trilogia era difficile da sostenere e per questo non me lo ero mai andato a cercare. Ma ovvio che se appare un’occasione ghiotta come quella del 5 dicembre Irene non se la lascia sfuggire facilmente.

Non ho granché da dire sul film, chiaramente è comprensibile il perché sia diventato un cult: sprizza pop culture da tutti i pori. La faccia del protagonista Michael J Fox, il suo skate, l’auto, la scuola, Johnny B Goode sono decisamente degli emblemi entrati un po’ nella mentalità collettiva.

Solo una cosa ho da dire: c’era così bisogno, dopo quasi 30 anni (!), di mettere ancora in locandina la scritta “Steven Spielberg presenta…“? Ormai Zemeckis s’è decisamente affermato e poi un film del genere non ha bisogno del bigliettino da visita…

 

Ma premiamo l’acceleratore a 88km/h e torniamo nel presente.

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Domani inizia il Festival Europacinema di Viareggio al quale parteciperò nelle vesti di giurata (ohimé, regista magari tra qualche anno!), per cui se possibile vi scriverò qualcosa al riguardo in settimana. Questo è il programma del festival, non estremamente denso anche se ci sarà Gianni Amelio ad allietarne un po’ le sorti.

 

Ultimo argomento di cui voglio parlare: erano mesi che avevo intenzione di fare un cd con le mie soundtracks preferite da ascoltare in macchina. Oggi l’ho fatto. Risultato: mi sono impallata tutto il pomeriggio su Youtube ad ascoltare canzoni su canzoni, e ne è venuta fuori una playlist, strampalata, anacronistica, ma che decisamente rispecchia i miei gusti (ci trovate molto Tarantino e molto Wes Anderson, ma pure qualche classicone!). Se volete darci uno sguardo metto il link youtube sotto.

 

Bene, io adesso vi saluto: se avete Twitter seguitemi, c’è il pulsantino in fondo al blog!