Altra intervista cinefila del dormiglione a Mattia Barro de L’Orso

Il dormiglione

L'OrsoPartiamo dal festival della banalità, ma c’è sempre necessità di presentarsi. Noi siamo Il Dormiglione, sito che tenta di occuparsi di cinema attraverso recensioni, articoli d’approfondimento, rubriche, interviste ed altro ancora. Passiamo a te: chi è L’orso?

 L’orso è una band di quattro elementi, in attivo oramai da due anni, pronta a pubblicare il proprio disco d’esordio, dopo tre EP. Di casa a Milano, ma con origini varie come Ivrea, Treviso, Messina e lo stesso capoluogo lombardo. Siamo un collage di esperienze comuni, ma differenti.

Usciamo con il nostro disco d’esordio il 2 aprile, seguito da un lungo tour. Siamo quasi pronti.

Etichetta Garrincha Dischi, booking con ASAP Arts.

Poi una curiosità perchè spesso ho letto che L’orso è composto da 3 membri, altre volte da 5, ma quanti siete in realtà?

Abbiamo avuto molti cambi di formazione nei primi due anni e per questo avevamo scelto di definirci un…

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Django Unchained – Tarantino, di nuovo

Django Unchained movie still

Il film era attesissimo, già com’era stato nel 2009 per Bastardi senza gloria, perché alla fine Tarantino è forse uno dei pochi registi al mondo che combinano la bravura con la grandissima popolarità. Le aspettative erano quindi altissime, ma bissare il capolavoro è difficile anche se ti chiami Quentin Tarantino.

Django Unchained (da non dimenticare la seconda parte del titolo, poiché, omnibus notus est, da solo Django è un film del 1977 diretto da Sergio Corbucci) è un film lineare, senza troppe complicazioni di trama o intrighi, i suoi personaggi sono limpidi nella loro univocità manichea: ci sono i buoni e i cattivi in schieramenti decisamente opposti che rimangono nei loro ruoli. Un po’ era già stato così per Inglorious Basterds, e di certo al regista corre in aiuto la storia, la II Guerra Mondiale prima, e adesso lo Schiavismo pre-secessionista negli Stati Uniti d’America: è la storia di uno schiavo, Django appunto, interpretato da Jamie Foxx, e di un dentista- cacciatore di taglie tedesco, King Schultz, interpretato da Christoph Waltz, che si uniscono per lavoro e anche per ritrovare la moglie di Django, Broomhilda (Kerry Washington), da lui separata nella compravendita e ora schiava nella magione del cattivo Calvin Candie (Leonardo DiCaprio) e del suo devotissimo servo Stephen (Samuel L.Jackson), dove i due protagonisti si intrufolano fingendo di interessarsi alle lotte di Mandingo (e qui la citazione è reale e va a un film del ’75, Mandingo appunto).

La prima parte del film, quella fuori da casa Candie è la parte più visionaria, più attiva, quella che scorre meglio. Waltz dà qui il meglio di sé in doti recitative, anche la colonna sonora (tutta eccezionale) si sbizzarrisce e viene introdotto addirittura un pezzo rap (questo!). La seconda parte purtroppo cala, non ci godiamo fino in fondo DiCaprio che pregiudica anche Waltz (vagheggio per evitare lo spoiler ma chi l’ha visto penso che capirà…), e Django come personaggio è forse il meno introspettivamente tratteggiato, costruito sulla falsariga di certa mitologia nordica (la leggenda di Sigfrido e Brumilda, appunto) ma sempre calpestando le orme dei “cappelloni” italiani degli anni 70, del personaggio di Franco Nero (che tra l’altro fa un piacevolissimo cammeo in casa Candie) in primis.

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Ma a proposito di attori, Christoph Waltz è candidato all’Oscar per questo film, e si è molto discusso in questi giorni sul fatto che  Leonardo Di Caprio fosse stato preso in considerazione. Tutti gli attori danno ottime performance, a mio avviso, e questo è senza dubbio uno dei grandi pregi di questo film e, più in generale, di tutta l’opera di Tarantino, ma ricandidare Waltz all’Oscar dopo che lo ha vinto per Bastardi e in un ruolo alla fine simile a questo del Doc.Schultz (quello di Hans Landa, per quanto facente parte dell’opposta fazione degli antagonisti), è forse un po’ forzato da parte dell’Academy. In ogni caso già che è candidato meriterebbe pure di vincerlo, staremo a vedere.

Per quanto riguarda l’aspetto visivo del film, Tarantino non si rifà direttamente agli spaghetti-western, film che a conti fatti erano veramente miseramente tirati su con pochi soldi, film sporchi nella realizzazione oltre che nell’animo. Chi scrive ha rivisto i paesaggi dei Coen, ottimamente fotografati e dalla resa su pellicola ottima, ma sempre perché si usano strumenti di qualità, anche se come già detto a volte il marchio di fabbrica dei film di “serie B” è appunto la loro grossolanità tecnica.

In questo senso definirei il film “sfacciatamente” citazionistico nel senso che le grandi citazioni sono ultra-palesi, il titolo e la soundtrack per esempio,  ma per il resto Tarantino opera anzi a demolire un genere, quello dello spaghetti-western, più che a omaggiarlo, lo usa, lo sfinisce, lo riempie d’altro, lo riempie di sé e del suo modo di fare cinema, del suo spettacolarizzare l’azione sempre e comunque: un’anima da film di serie B, piena della violenza cui già spesso Quentin ci aveva abituato (insomma, Django sta alle pistole come Kill Bill stava alle lame), avvolta in una confezione da serie A.

Il grande limite e il grande pregio di questo film è la sceneggiatura: ispiratissima da un lato, con dei picchi comici elevati, dei dialoghi brillanti, ma dall’altro presenta delle lacune, alcune cose che non tornano troppo e che non hanno quel respiro di inevitabilità che spesso è utile a coinvolgere lo spettatore al 100%; inoltre quegli inserti romantico-visionari dei flashback e delle apparizioni mistiche di Broomhilda non sono troppo convincenti data comunque la scarsa profondità interiore del personaggio di Foxx.

Probabile che il film passerà agli annali un po’ come il Jackie Brown del nuovo millennio: lineare, connesso, giustamente tarantiniano e giustamente ispirato, con un fantastico cast, ma un po’ meno capolavoro di quello che ci aspettavamo e, soprattutto, del film che lo aveva preceduto.

Intervista cinefila al bassista de Lo Stato Sociale Albi, Alberto Cazzola… enjoy 😉

Il dormiglione

L’intervista originariamente è stata fatta su skype, ma data la pessima qualità del video si è pensato di riportarne solo la trascrizione letterale.

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Il Dormiglione: Dunque caro Alberto, dopo vari problemi tecnici ce l’abbiamo fatta. Io sono Alfredo de Il Dormiglione e ci occupiamo di cinema, tramite un sito internet e tramite un programma radio. L’idea è quella di farmi una chiacchierata con te sul cinema, un po’ su Lo Stato Sociale ed un po’ sul cinema…

Albi: Dai, facciamola più sul cinema perchè su di noi non sono molto preparato…

Poichè quando si fanno le interviste si corre sempre il rischio di essere banali, ti voglio chiedere: qual è la domanda che ti fanno più spesso?

Come mai vi chiamate lo stato sociale. Che in realtà ce la siamo cercata, l’abbiamo fatto apposta a chiamarci così, perchè sai, dopo tutti chiedono del nome, però adesso ci siamo pentiti…

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Quello che so sull’amore…e sulla noia.

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Sarà ripetitivo e banale ormai da dirsi visto che il film è già stato stroncato più o meno da ogni critico con un minimo di buonsenso, ma il nuovo film di Gabriele Muccino, Playing for keeps, aka Quello che so sull’amore, è proprio bruttino.

Gerard Butler faceva meglio a rimanere a cacciare ex o alla testa dei 300 di Sparta: il ruolo di un padre divorziato (per quanto ex calciatore tamarro) non gli è esattamente cucito addosso. Insomma, Muccino, al suo terzo film made in Hollywood, fa un buco nell’acqua. Sarà la perdita di Will Smith, suo protagonista in La ricerca della felicità (non esaltante ma neanche orribile) e Sette Anime (questo, secondo chi scrive, veramente bello), sarà la sceneggiatura veramente poco ispirata che ricicla la classica storia del rapporto padre/figlio con tanto di stereotipo del gioco del calcio come collante della relazione, sarà la completa inutilità di tutto un cast abbastanza stellare (c’è Uma Thurman, c’è Catherine Zeta Jones, c’è Dennis Quaid, c’è la neosposa di Justin Timberlake, Jessica Biel). Ma il film è noioso e a Gabriele non lo si può purtroppo non rimproverare.

Neanche la soundtrack regala grandi emozioni nonostante le premesse, è comunque usata in modo scialbo e abbastanza banale.

Si salva la confezione, buona la fotografia (a parte la scena dell’allenamento sotto la pioggia!), e come al solito quando Muccino imbraccia la macchina da presa sa come tenerla e sa come usarla, ricordiamoci Ricordati di me.

Insomma la pellicola non ci dice niente di nuovo e anzi, scava nel già visto e nel già sentito (e a questo proposito, guardatevi, se volete un film che tratta il tema-triade padre/figlio/divorzio, Everybody in our family, del regista rumeno Radu Jude), un vero peccato, perché Muccino sembrava aver imboccato una via estremamente commerciale ma quantomeno giusta.

Ps. (Gabrie’, mi fai tanto il sinistroide e poi ti produce Medusa…)

Pps. Un salutone a un carissimo amico che mi dà le sue visualizzazioni dal Belgio. (E anche a quello da San Marino, anche se non so chi sia!)

Cloud Atlas –

Cloud-Atlas1

“La nostra vita non ci appartiene.
Da grembo a tomba, siamo legati agli altri.
E da ogni crimine e da ogni gentilezza generiamo il nostro futuro.”

La notizia dell’idea di Tom Tykwer di trarre un film dal libro (omonimo) di David Mitchell sono anni che gira per la rete, tanto più che il già regista di Profumo ha deciso di avvalorarsi della visionarietà degli autori di Matrix – i fratelli Wachowski, per dare vita a un film complesso e indubbiamente avvincente.

Come già era stato per Matrix, i visionari cineasti s’inventano un mondo futuro partendo da una constatazione su quello presente: tutto è collegato. Tutti siamo connessi. Ma non in stile Sei gradi di separazione, bensì ricalcando una filosofia che se non è identica nell’applicazione pratica si avvicina molto a quella dell’animismo indù, il pampsichismo e la credenza nella reincarnazione.

Un substrato notevole per impiantare una storia che cinematograficamente funziona, eccome: l’Atlante delle Nuvole infatti raccoglie sei diverse storie in sei differenti contesti temporali, in una sorta di grande poema epico alla Gilgamesh sulla storia dell’Umanità.

Un film profondamente filantropo, sia quando parla del passato che quando parla del futuro: s’intravedono le relazioni vere che può intessere il genere umano, l’amicizia, la stima, la fratellanza, l’amore; motivi rivoluzionari che erano stati propri di Matrix nella resistenza del 2100 contro un ordine vigente che è ha trasformato l’Umanità in Unanimità, l’Unanimity, che si traduce con un po’ di fantasia come l’assenza di anima, la non-anima, l’essere automa della vita delle persone che invece rivendicano la propria libertà in quanto individui.

Le sei storie non sono solo una prova contenutistica ma anche una prova stilistica e di genere: infatti ognuna di esse possiede il suo stile e la sua fotografia un po’ come un film a se stante, indipendente dal resto e ad esso collegato; inoltre ognuna delle sei vicende prende una piega diversa per quanto riguarda il genere: il mélo-storico quella dell’Ottocento, il dramma sentimentale quella del primo Novecento, il noir quella degli anni 70, il comico quella dei giorni nostri, l’action quella del 2100 e la pura fantascienza quella del 2300.

Grandi prove attoriali per Tom Hanks e Halle Berry, e un po’ per tutto il resto del cast, anche se a volte il trucco non rende giustizia e finisce per rendere alcuni personaggi macchiettistici, come già era stato per J.Edgar di Clint Eastwood.
Colonna sonora in musica classica, che abbraccia l’intera trama con la composizione del ragazzo musicista nella storia del primo Novecento, e ne è una sorta di filo rosso attraverso i suoi vari dipanamenti.

Un film da vedere più che da raccontare, per la sua complessità e per la sua lunghezza (quasi tre ore), ma sicuramente merita la pazienza dello spettatore perché non spesso escono film così sintetizzanti di tutto un certo modo di fare cinema, certo con budget alti, ma fuori dalle categorie hollywoodiane standard.

The master: la libertà è nella propria mente.

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Ciao a tutti! Scusate il silenzio stampa dato da post vacanze natalizie ma ne approfitto per farvi gli auguri di buon anno nuovo che si presume sarà anche ricco di nuove uscite al cinema: il nuovo Django Unchained di Tarantino, il Lincoln di Spielberg, Park Chan Wook in salsa hollywodiana, l’adattamento per cinema del capolavoro di Scott Fiztgerald Il Grande Gatsby (con Leonardo di Caprio e Carey Mulligan!). E approposito di nuove uscite, l’anno nuovo ci ha già deliziato con la sua prima perla, fresca di nomination all’oscar (uscite tra l’altro un’oretta fa, poi lamentatevi che non sono aggiornata) per miglior film e ben tre per il suoi attori: parlo ovviamente di The Master di Paul Thomas Anderson. Ho già brevemente parlato di questo film lunedì sulla rubrica di cinema della pagina facebook de L’Appartamento.

Anderson si concentra su un’America che si sente potente e fiera di sé, l’America uscita vincitrice dalla Seconda Guerra Mondiale, l’America degli anni 50. In questo contesto Freddie Quell (interpretato molto bene dal bravo Joaquin Phoenix), alcolista affetto da sindrome da shock post traumatico, in cerca di lavoro, finisce sulla nave del Maestro (Philip Seymour Hoffman), che attraverso il suo metodo “La Causa”, a metà tra la psicanalisi junghiana e l’esoterismo alla Scientology, cercherà di curare Freddie, continuamente vittima di ricadute e perseguitato da una vecchia vita di cui mai ha voluto raccogliere le fila.

Una lunghezza che non si avverte troppo (due ore e mezza, anche se ormai dopo i 180 minuti di Magnolia avevamo capito che PTAnderson non ha e non vuole avere il dono della sintesi…), grazie a uno stile fresco ed armonioso che tuttavia non disdegna qualche virtuosismo laddove la scena lo richieda. Anderson così più facilmente si concentra sui temi dei quali intende parlare: i rapporti di forza, la dialettica sottomissione/dominazione, le luci e le ombre di un personaggio a metà strada tra redenzione e sudditanza psicologica, tra una voglia di vivere per conto proprio e la dipendenza da tutta una serie di cose, dall’alcool al rapporto con gli altri.

Audace nella sua critica alle istituzioni di fanta-religione, Anderson scava a piene mani nella storia di Scientology e del suo fondatore in una maschera d’imparzialità che si scopre in realtà fittizia, come fittizio è quel mondo in cui Freddie Quell si ritrova suo malgrado mentre è in uno stato di disperazione e dal quale viene risucchiato, come sempre succede nelle sette.

Il film è candidato a 3 premi Oscar, tutti per gli attori: Joaquin Phoenix come protagonista, Philip Seymour Hoffman come non protagonista e Amy Adams come non protagonista. E secondo me almeno uno dei 3 se lo porta a casa.

Ho letto da molte parti parlare di film “irrisolto” e “distante” in riferimento a questo. Può darsi, ma come spesso succede in una visione dai contenuti così potenti e numerosi (la scena della prima seduta senza sbattere gli occhi è la quintessenza di questa caratteristica) tutto quel vigore in una sola visione non può essere apprezzato a pieno. Tutto l’universo fortemente disturbato che è poi la focalizzazione del personaggio di Phoenix crea un effetto straniante al confronto con la confezione limpida, la fotografia sgargiante e l’ambiente ottimistico della ricostruzione storica di cui è impregnato il film, ma se sviscerato risulta pronto a esplodere se solo trova un terreno fertile in noi spettatori, su cui piantare le sue solide radici.