Cloud Atlas –

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“La nostra vita non ci appartiene.
Da grembo a tomba, siamo legati agli altri.
E da ogni crimine e da ogni gentilezza generiamo il nostro futuro.”

La notizia dell’idea di Tom Tykwer di trarre un film dal libro (omonimo) di David Mitchell sono anni che gira per la rete, tanto più che il già regista di Profumo ha deciso di avvalorarsi della visionarietà degli autori di Matrix – i fratelli Wachowski, per dare vita a un film complesso e indubbiamente avvincente.

Come già era stato per Matrix, i visionari cineasti s’inventano un mondo futuro partendo da una constatazione su quello presente: tutto è collegato. Tutti siamo connessi. Ma non in stile Sei gradi di separazione, bensì ricalcando una filosofia che se non è identica nell’applicazione pratica si avvicina molto a quella dell’animismo indù, il pampsichismo e la credenza nella reincarnazione.

Un substrato notevole per impiantare una storia che cinematograficamente funziona, eccome: l’Atlante delle Nuvole infatti raccoglie sei diverse storie in sei differenti contesti temporali, in una sorta di grande poema epico alla Gilgamesh sulla storia dell’Umanità.

Un film profondamente filantropo, sia quando parla del passato che quando parla del futuro: s’intravedono le relazioni vere che può intessere il genere umano, l’amicizia, la stima, la fratellanza, l’amore; motivi rivoluzionari che erano stati propri di Matrix nella resistenza del 2100 contro un ordine vigente che è ha trasformato l’Umanità in Unanimità, l’Unanimity, che si traduce con un po’ di fantasia come l’assenza di anima, la non-anima, l’essere automa della vita delle persone che invece rivendicano la propria libertà in quanto individui.

Le sei storie non sono solo una prova contenutistica ma anche una prova stilistica e di genere: infatti ognuna di esse possiede il suo stile e la sua fotografia un po’ come un film a se stante, indipendente dal resto e ad esso collegato; inoltre ognuna delle sei vicende prende una piega diversa per quanto riguarda il genere: il mélo-storico quella dell’Ottocento, il dramma sentimentale quella del primo Novecento, il noir quella degli anni 70, il comico quella dei giorni nostri, l’action quella del 2100 e la pura fantascienza quella del 2300.

Grandi prove attoriali per Tom Hanks e Halle Berry, e un po’ per tutto il resto del cast, anche se a volte il trucco non rende giustizia e finisce per rendere alcuni personaggi macchiettistici, come già era stato per J.Edgar di Clint Eastwood.
Colonna sonora in musica classica, che abbraccia l’intera trama con la composizione del ragazzo musicista nella storia del primo Novecento, e ne è una sorta di filo rosso attraverso i suoi vari dipanamenti.

Un film da vedere più che da raccontare, per la sua complessità e per la sua lunghezza (quasi tre ore), ma sicuramente merita la pazienza dello spettatore perché non spesso escono film così sintetizzanti di tutto un certo modo di fare cinema, certo con budget alti, ma fuori dalle categorie hollywoodiane standard.

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3 thoughts on “Cloud Atlas –

  1. non è una produzione hollywoodiana, anzi il film indipendente più costoso di sempre, produzione tedesca risulta tra l’altro! 😉 per il resto complimenti!

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