Django Unchained – Tarantino, di nuovo

Django Unchained movie still

Il film era attesissimo, già com’era stato nel 2009 per Bastardi senza gloria, perché alla fine Tarantino è forse uno dei pochi registi al mondo che combinano la bravura con la grandissima popolarità. Le aspettative erano quindi altissime, ma bissare il capolavoro è difficile anche se ti chiami Quentin Tarantino.

Django Unchained (da non dimenticare la seconda parte del titolo, poiché, omnibus notus est, da solo Django è un film del 1977 diretto da Sergio Corbucci) è un film lineare, senza troppe complicazioni di trama o intrighi, i suoi personaggi sono limpidi nella loro univocità manichea: ci sono i buoni e i cattivi in schieramenti decisamente opposti che rimangono nei loro ruoli. Un po’ era già stato così per Inglorious Basterds, e di certo al regista corre in aiuto la storia, la II Guerra Mondiale prima, e adesso lo Schiavismo pre-secessionista negli Stati Uniti d’America: è la storia di uno schiavo, Django appunto, interpretato da Jamie Foxx, e di un dentista- cacciatore di taglie tedesco, King Schultz, interpretato da Christoph Waltz, che si uniscono per lavoro e anche per ritrovare la moglie di Django, Broomhilda (Kerry Washington), da lui separata nella compravendita e ora schiava nella magione del cattivo Calvin Candie (Leonardo DiCaprio) e del suo devotissimo servo Stephen (Samuel L.Jackson), dove i due protagonisti si intrufolano fingendo di interessarsi alle lotte di Mandingo (e qui la citazione è reale e va a un film del ’75, Mandingo appunto).

La prima parte del film, quella fuori da casa Candie è la parte più visionaria, più attiva, quella che scorre meglio. Waltz dà qui il meglio di sé in doti recitative, anche la colonna sonora (tutta eccezionale) si sbizzarrisce e viene introdotto addirittura un pezzo rap (questo!). La seconda parte purtroppo cala, non ci godiamo fino in fondo DiCaprio che pregiudica anche Waltz (vagheggio per evitare lo spoiler ma chi l’ha visto penso che capirà…), e Django come personaggio è forse il meno introspettivamente tratteggiato, costruito sulla falsariga di certa mitologia nordica (la leggenda di Sigfrido e Brumilda, appunto) ma sempre calpestando le orme dei “cappelloni” italiani degli anni 70, del personaggio di Franco Nero (che tra l’altro fa un piacevolissimo cammeo in casa Candie) in primis.

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Ma a proposito di attori, Christoph Waltz è candidato all’Oscar per questo film, e si è molto discusso in questi giorni sul fatto che  Leonardo Di Caprio fosse stato preso in considerazione. Tutti gli attori danno ottime performance, a mio avviso, e questo è senza dubbio uno dei grandi pregi di questo film e, più in generale, di tutta l’opera di Tarantino, ma ricandidare Waltz all’Oscar dopo che lo ha vinto per Bastardi e in un ruolo alla fine simile a questo del Doc.Schultz (quello di Hans Landa, per quanto facente parte dell’opposta fazione degli antagonisti), è forse un po’ forzato da parte dell’Academy. In ogni caso già che è candidato meriterebbe pure di vincerlo, staremo a vedere.

Per quanto riguarda l’aspetto visivo del film, Tarantino non si rifà direttamente agli spaghetti-western, film che a conti fatti erano veramente miseramente tirati su con pochi soldi, film sporchi nella realizzazione oltre che nell’animo. Chi scrive ha rivisto i paesaggi dei Coen, ottimamente fotografati e dalla resa su pellicola ottima, ma sempre perché si usano strumenti di qualità, anche se come già detto a volte il marchio di fabbrica dei film di “serie B” è appunto la loro grossolanità tecnica.

In questo senso definirei il film “sfacciatamente” citazionistico nel senso che le grandi citazioni sono ultra-palesi, il titolo e la soundtrack per esempio,  ma per il resto Tarantino opera anzi a demolire un genere, quello dello spaghetti-western, più che a omaggiarlo, lo usa, lo sfinisce, lo riempie d’altro, lo riempie di sé e del suo modo di fare cinema, del suo spettacolarizzare l’azione sempre e comunque: un’anima da film di serie B, piena della violenza cui già spesso Quentin ci aveva abituato (insomma, Django sta alle pistole come Kill Bill stava alle lame), avvolta in una confezione da serie A.

Il grande limite e il grande pregio di questo film è la sceneggiatura: ispiratissima da un lato, con dei picchi comici elevati, dei dialoghi brillanti, ma dall’altro presenta delle lacune, alcune cose che non tornano troppo e che non hanno quel respiro di inevitabilità che spesso è utile a coinvolgere lo spettatore al 100%; inoltre quegli inserti romantico-visionari dei flashback e delle apparizioni mistiche di Broomhilda non sono troppo convincenti data comunque la scarsa profondità interiore del personaggio di Foxx.

Probabile che il film passerà agli annali un po’ come il Jackie Brown del nuovo millennio: lineare, connesso, giustamente tarantiniano e giustamente ispirato, con un fantastico cast, ma un po’ meno capolavoro di quello che ci aspettavamo e, soprattutto, del film che lo aveva preceduto.

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6 thoughts on “Django Unchained – Tarantino, di nuovo

  1. Lo vedrò domani sera.
    Per prepararmi mi sono visto oggi Jackie Brown, uno dei pochi che mi mancavano del regista, e domattina mi guarderò Django.

    Jackie Brown mi è piaciuto molto, forse perchè lineare, dallo svolgimento regolare, omogeneo, dove tutto si incastra alla perfezione… poco tarantiniano quindi

  2. Concordo con il tuo paragone con Jackie Brown in alcuni aspetti.

    E’ un bel film, di vero intrattenimento, girato davvero con maestria e con attori in forma. Effettivamente nella sceneggiatura ci sono almeno un paio di buchi davvero esagerati, anche considerando che siamo in un film di Tarantino e qualche incongruenza la accettiamo volentieri, non dico in quale punto per non fare spoiler a qualche altro commentatore.

    Jamie Foxx comunque mi è piaciuto tantissimo, davvero un bravo professionista. Di Caprio forse calca un po’ troppo la mano…

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