and the Oscar goes to… secondo Irene

Domani 24 Febbraio ci sarà la grande serata degli Oscar in quel di Los Angeles… la vostra Irene che purtroppo sarà relegata a Pisa e Los Angeles la vedrà solo per vie telematiche (a questo proposito, la serata la passano su SkyCinema), ha già fatto le sue supponentissime previsioni e dove meglio comunicarle se non qui all’ombra sicura dei palloncini bianchi?Vi dico pure che oltre che supponenti sono anche decisamente pregiudiziali, perché non ho assolutamente visto tutti i film (per esempio, Silver Lining Playbooks deve sempre uscire in Italy!).

Dunque iniziamo…

Migliore Attore protagonista: Joaquin Phoenix per The Master – della categoria mi manca di vedere Danzel Washington in Flight e Bradley Cooper in Il lato positivo. Probabilmente tuttavia l’Oscarone maschile se lo porterà via per la terza (?) volta Daniel Day Lewis per Lincoln.

Migliore Attrice Protagonista: Quvenzhané Wallis per Re della Terra Selvaggia – la bambina prodigio di 9 anni, forse un po’ troppo piccola, e l’Oscar preferiranno darlo non a lei né all’anziana Emanuelle Riva, forse alla Watts (ohimé)… Ma perché non hanno nominato Marion Cotillard, per esempio? Perché?

Miglior Attore non Protagonista: Christoph Waltz per Django Unchained – sarebbe il secondo Oscar per Waltz, che alla fine lo merita anche, ma ipotizzando di non volerglielo dare ci sarebbe anche un Philip S. Hoffman lì in attesa, anche lui già col suo primo Oscar nella stessa categoria in mano dal 2006…

Migliore Attrice non Protagonista: Anne Hathaway per Les Misérables – su di lei ci scommetterei la testa, sul serio. Della categoria non ho visto Helen Hunt per The Session. Ma davvero, le altre candidate hanno poche speranze contro Anne…

Miglior Film Straniero: Amour di Haneke – ma giusto perché è l’unico che ho visto.

Miglior Sceneggiatura: Wes Anderson e Roman Coppola per Moonrise Kingdom – è l’unica categoria in cui il film è nominato, facciamogliela vincere, anche se competere con Tarantino è dura…

Miglior Regia: Benh Zeitlin per Beasts Of the Southern Wild – sono ufficialmente incantata da questo film e per quanto probabilmente non si porterà a casa un bel niente io idealmente voglio gloriarlo di questo Oscar perché se lo merita, perché è giovane, perché è coraggioso, e soprattutto perché un altro Oscar a Spielberg nun glielo vojamo dà!

Miglior Film: Les Misérables di Tom Hooper – sarebbe il secondo miglior film che Hooper si porta a casa dopo il Discorso del re e mi rendo conto dell’enormità di questa cosa che sto sparando in alto ma, con Vita di Pi di Ang Lee, questo è il film che mi è piaciuto di più tra quelli candidati. Argo non l’ho retto un granché proprio come Lincoln (anche se proprio questi sono i supermegaiper candidati). Beasts è troppo indie per vincere l’Oscar al miglior film, Django Unchained è troppo mainstream invece; ad Amour daranno il premio a miglior film straniero e si toglieranno così la responsabilità di non far vincere un film americano. Zero Dark Thirty non mi sembra un film da Oscar ma ha comunque il suo 30% di possibilità, e Silver Lining Playbooks, vabbè, è una commedia: l’Oscar non se lo prenderà mai.

Io e le mie occhiaie cinefile vi salutiamo con un oscarone al nostro fianco!

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Re della terra selvaggia – la magia sta nell’equilibrio

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Quando tutto è silenzio vedo ciò che mi ha creato volare intorno in pezzettini invisibili e capisco che sono anche io un pezzettino di un grande, grandissimo Universo.

E’ finalmente uscito il film presentato a Cannes e vincitore al Sundance Film Festival del 2012, Beasts of the Southern Wild, in italiano Re della Terra Selvaggia, produzione indipendente e opera prima del regista Benh Zeitlin.

Il film è ambientato in un prossimo futuro distopico, nella zona paludosa dei delta della Louisiana chiamata “La grande vasca” abitata da una popolazione che ha qui instaurato una sorta di “comune” al di fuori della società, in comunione con la natura.

Ma la natura sta diventando ostile a causa proprio di quella società dalla quale i Bayou cercano di fuggire: lo scioglimento dei ghiacci e il conseguente innalzamento del livello dei mari sta minacciando di distruggere il loro ecosistema e la loro vita.

La piccola Hushpuppy (la piccola attrice di nove anni Quvenzhané Wallis , la più giovane mai candidata all’Oscar) vive col padre Wink (Dwight Henry) qui e la sua giovane età le impone l’adattamento all’ambiente, che il padre cerca di insegnarle, ma la bambina già da sé sembra essere estremamente attenta alla natura, in una comprensione dell’Universo che trascende l’Umano, per questo Hushpuppy ascolta i battiti del cuore degli esseri umani e coglie le profonde coincidenze del creato nei suoi monologhi che molto ricordano quelli dei personaggi degli ultimi film di Terence Malick cui evidentemente il regista s’ispira per la sceneggiatura.

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Un film ragionato e ispirato anche e soprattutto dal punto di vista visivo: bellissima la fotografia nonostante la pellicola sia in 16mm e non in 35mm, un lavoro magistrale con la mdp molto vicino al dogma ma senza tutta la sua pretenziosità, come se il regista si proponesse solo di filmare come si vede, e grazie a questo modo di vedere instabile esprimere la fragilità della natura e dell’uomo. Paradossalmente i protagonisti del film dimostrano di avere più paura dell’uomo che della natura: fuggono dai medici degli ospedali e combattono gli uragani coi fucili a pompa, un messaggio forte che viene lanciato dal film, quello ambientalista, lanciato come la bomba sulla diga, da mani giovani che nel film sono quelle di Hushpuppy ma che nel mondo sono quelle delle nuove generazioni, per far defluire tutto il putrido che fa morire il nostro pianeta.

La colonna sonora originale tra l’etnico e la grande melodia, musicata tra gli altri proprio dal regista stesso, è qualcosa di eccezionale che si avverte subito nella sua potenza fin dall’incipit.

In buona tradizione neorealista Zeitlin sceglie gli attori sul posto tra non professionisti e decisamente sceglie bene, è anche grazie all’espressività del volto della piccola Hushpuppy che il film riesce a rendersi maestoso parlando di piccole cose, e soprattutto attraverso gli occhi di una matura infanzia.

Anche se non è possibile non notare qualche piccolo buco di sceneggiatura qua e là, sono proprio quelli che rendono tutto così etereo, inafferrabile se non a un più alto livello di lavoro intellettivo, tutto così magico da poterci insegnare che le connessioni tra cosa e cosa sono veramente qualcosa di tangibile, anche e soprattutto dagli occhi dei più piccoli esseri.

Zero Dark Thirty – la guerra è lentezza

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Cari lettori perdonatemi per scrivere così poco ma oltre al fatto che questa settimana sono stata impegnata con gli esami all’università, si aggiunge la mia totale sfiga con l’adsl, infatti da circa una settimana ho una connessione parecchio altalenante… Comunque oggi voglio parlarvi di Zero Dark Thirty, nuovo film di Kathryn Bigelow, già regista di The Hurt Locker.

Il film l’avevo atteso moltissimo, tanto che il primo giorno di proiezione mi sono catapultata in sala a vederlo, sarà perché avevo amato Jessica Chastain in Tree of Life di Malick, sarà perché alla fine la storia raccontata è “familiare” a tutti: nel film si raccontano infatti i retroscena e le operazioni d’investigazione che hanno portato al ritrovamento e all’uccisione di Osama Bin Laden (il titolo si rifà appunto al gergo militare, che conia queste parole per definire un’operazione svolta durante l’orario notturno dopo la mezzanotte e mezza).

Un impianto quasi documentaristico, perfettamente coerente e temporalmente progressivo: l’incipit con le telefonate e i rumori dal World Trade Center l’aveva già pensato Michael Moore in Fahrenheit 9/11, e tra l’altro tale incipit rappresenta anche il punto più emozionante del film, che per il resto ci appare didascalico e un tantino ridondante.

Certo, realistico: ottima la scelta delle location e anche la fotografia (del resto la regista sapeva già come muoversi dopo The Hurt Locker, che pure era ambientato nelle zone belliche dell’Iraq) , ma di certo nella sceneggiatura si avverte tutta la pesantezza della lentezza delle operazioni che hanno portato al colpevole degli attentati del settembre 2011, e anche la risoluzione finale degli eventi non appare così folgorante (anche se certo girata impeccabilmente) o toccante come per tutto il film ce l’aspettavamo: nonostante i molti eventi che avvengono,  si avvertono come se fossero “ovattati” dalle stesse scelte di regia, che solo un paio di volte ci mostra l’azione e anche nel finale si tiene calma, contenuta.

Insomma, il film è buono e sono sicura che avrà la sua schiera di sostenitori, ora e soprattutto tra qualche giorno agli Oscar, ma c’è qualcosa che non mi ha convinto, a partire dall’estrema frammentazione della narrazione in svariati nuclei tutti con una didascalia luogo-data che spesso risulta difficile da seguire e da collegare nel contesto generale.

Jessica Chastain è brava (già ha vinto un Golden Globe, è candidata all’Oscar) anche se non ha tutto il carisma che il suo personaggio dovrebbe possedere, e in generale il cast non mi è sembrato troppo coinvolto.

Molti hanno criticato il film per le scene di tortura, definendolo pro-bellico e filoamericano: mi sento di rispondere che, in primis, non viene mostrato nulla di sconvolgente nelle scene di tortura e se dovesse avviene tutto fuori campo, e in secundis, questo molto apprezzabile, per quanto sì, filoamericano, non si vergogna a lanciare una denuncia contro le attività di tortura dei militanti di Al Quaeda da parte dei militari americani in Iraq e Pakistan, quindi il farle vedere nel film non è di certo atto a sostenerle.

Insomma più che un “filmone” un “documentarione”, realistico all’eccesso, con tanti rimandi spaziali e temporali differenti), concentrandosi però, anziché sulla parte politica della vicenda Bin Laden, sulla parte militare, svelandone i retroscena e anche gli inghippi burocratici.

Interessante, ma fino a un certo punto, ohimé.

The Impossible – uno tsunami di banalità

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Certo, era quasi impossibile non essere fatalmente attratta, per me, da un film ad alto contenuto di tragedia e di catastrofe, per via di quella propensione al sadismo che diventa anche masochismo specie se la storia è tratta da un fatto realmente accaduto,  piccola prerogativa che mi ha fatto tanto amare il Titanic, ad esempio. Ma sarà che a piangere gratis mi sono rotta le scatole, o sarà che certo questo film non è il Titanic, che di emozioni ne sono scaturite ben poche, e il giudizio impietosamente negativo è dietro l’angolo.

A parte il fatto che ancora non ho visto un solo film italiano quest’anno (aspettando Educazione Siberiana di Salvatores…), a me ‘ste americanate mi hanno veramente saturato l’immaginazione.

Come il trailer ben racconta, trattasi di una “storia vera” di una famigliola che suo malgrado dall’allegro villaggio turistico si ritrova ad avere che spartire con la catastrofe naturale, lo tsunami del 26 dicembre del 2004, che li separerà facendoli credere morti l’un l’altro.

Da un lato sento che non vi erano cattive intenzioni nel raccontare questa storia, ma subito fa capolino in me l’idea che in realtà si utilizzi una storia dalla lacrima facile su di una realtà molto più tragica e molto più variegata quale era stata quella della zona del sud est asiatico in quei giorni, una poca rendita di giustizia agli eventi, alla gente del posto (che alla fine sono stati i più colpiti dall’intera catastrofe), a favore di, come sempre, un’occidentalizzazione del tutto che non porta da nessun’altra parte se non ai soldi facili. Perché è chiaro, lo tsunami è stato il secondo evento dopo il crollo delle Torri gemelle a far gelare il sangue nelle vene al mondo intero nel ventunesimo secolo, ha toccato la sensibilità di molte persone anche se non vi erano personalmente coinvolte, ed è facile, molto facile, secondo me, giocare così con i drammi mondiali.

Naomi Watts e Ewan McGregor stanno al gioco anche se forse la parte più importante la giocano i tre bambini in questo film, sulla quale coscienza si gioca tantissimo, specie su quella del fratello più grande, Lucas, forse unico personaggio vagamente più caratterizzato anche grazie alla bravura del giovane Tom Holland. Di certo l’Academy non ha resistito a nominare la Watts all’Oscar per il ruolo di una moribonda: io l’avrei menzionata solo per la scena in cui cita se stessa in The Ring (non  spoilero perché potrebbe essere la parte più divertente del film!). Piacevole il cammeo di Géraldine Chaplin anche se un tantino inutile.

La sceneggiatura, l’avrete capito, non è particolarmente ispirata e tra una banalità e l’altra si arriva a un finale che, quantomeno, ci risparmia le solite didascalie finali che invece mi aspettavo belle e pronte ad essere lette con un fazzolettino in mano, piacevolmente sorpresa da quest’assenza.

Salviamolo nella chiave del significato assoluto, una critica ai nonluoghi – villaggi vacanza nella fattispecie, dove la felicità è fittizia e suscettibile degli eventi, verso il ritrovamento della “povera felicità” che risiede, come diceva Socrate, nella virtù e non nelle ricchezze.

Ma avverto l’estrema forzatura di questa lettura anche adesso che l’ho appena scritto.

Un saluto e a presto…domani nuove gustose uscite al cinema 😉

Les Misérables, il musical che non ti aspetti.

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Ciao lettori, scusate l’assenza prolungata, un po’ per via di qualche giorno fuori città e un po’ per via che al cinema ultimamente ho visto poco o niente. Spielberg col suo Lincoln me lo sono visto in streaming: una faticaccia! 14 candidature all’Oscar, ma stiamo scherzando? Forse meriterebbe solo la candidatura a migliore attore per Daniel Day Lewis, ma non di certo miglior regia e miglior film. Ma non volevo proprio parlarvi di Lincoln, giacché mi ha annoiato e non vorrei annoiare anche voi con le mie lamentele.

Parliamo piuttosto di un film che ho visto qualche sera fa, sul quale avevo aspettative pressoché nulle e che invece è riuscito a toccarmi molto da vicino: parlo de Les Misérables, il nuovo film di Tom Hooper, già regista premio Oscar per Il Discorso del Re nel 2011. Il tema storico decisamente gli si confà, il suo stile ha tutta l’aurea algida e solenne da trasposizione del grande affresco letterario di Victor Hugo dell’Ottocento francese.

Hooper coniuga sapientemente il film in costume col dramma che gli si confà, e solo a volte esagera un tantino ricordandoci l’ultimo Peter Jackson con quegli enormi plongée dall’alto (la prima manieratissima e computerizzatissima scena che parte da sott’acqua, sale fino agli alberi della nave e va giù in picchiata verso Hugh Jackman versione schiavo), ma per fortuna (al contrario di Jackson) si contiene e alla fine la sua formula vince.

Merito, certo, del grande musical da cui il film deriva, il grande spettacolo teatrale di Schonberg che vanta ormai 27 anni di repliche, che gli dona musiche e adattamento dei dialoghi, in quanto tutto il film ha, più che del musical, l’impianto dello spettacolo dell’opera lirica, pochi sono i dialoghi parlati (tanto pochi che, a mio avviso, potevano evitarsi di tradurli in italiano e lasciare anch’essi coi sottotitoli!) e tutto è costantemente musicato e coreografato anche se non palesemente.

Ho sentito criticare il film per la scelta dei piani ravvicinati, spesso proprio primi piani, inseriti in lunghi e quasi virtuosistici giri con la camera a spalla. Da parte mia ho trovato certamente un senso a questa decisione, come già era stato nel Discorso del Re (che pure abbondava di primissimi piani ma in maniera minore poiché immersi in dei totali d’interni): a mio avviso sono funzionali all’umanizzazione della vicenda, servono a riportarla da un piano ideale a quello quotidiano, nella fattispecie dal mondo letterario di Victor Hugo e quello veristico dei bassifondi parigini, poiché se è vero che il film si svolge tra il 1815 e il 1832, è anche vero che i drammi che vi sono rappresentati sono propri di tutti i tipi umani, ed è l’uomo che interessava profondamente al regista, la sua disumanizzazione e il suo riscatto.

Altro pregio del film sono i riferimenti pittorici inseriti all’interno specialmente della seconda parte ambientata nell’ambiente rivoluzionario delle barricate cittadine del 1832, con tanto di grandi citazioni al Romanticismo francese, Delacroix in primis (La Libertà che guida il popolo è quasi citata palesemente) ma anche l’Impressionismo di Monet (Rue Montorgueil ).

Il cast è in linea col risultato, le recitazioni ponderate alla mole del film, Jackman un buon Jean Valjean, specie nella prima parte, la scena quasi tutta in piano sequenza della sua conversione è eccezionale, ma il film vive della presenza di Anne Hathaway, bellissima e bravissima Fantine, uno dei suoi ruoli migliori a mio avviso, merita in toto la nomination all’Oscar e merita anche di vincerlo: appare per 30 minuti o poco più ma dà un senso all’intera pellicola, quando c’è lei in scena le emozioni riescono a prendere forma e a dilagare, e l’interpretazione del pezzo “I dreamed a dream” (qui il link, anche se non c’è ancora sul tubo l’intera scena potete almeno sentirla ). Tra l’altro la Hathaway s’era già fatta notare per le sue doti canore in un altro musical per bambini (tra l’altro pre-Diavolo veste prada), dal titolo Ella Enchanted, na mezza cagata, ma per me vale solo per questo pezzo. Russell Crowe nel ruolo del cattivo Javert è azzeccato, meno i ruoli dei giovani Amanda Seyfried e Eddie Redmayne (verso il quale nutro un’avversione dai Pilastri della terra e da Marilyn, non posso farci niente), la Helena Bonham Carter e Sasha Baron Cohen alla fine continuano a interpretare sé stessi (specie la prima…)

Insomma qualche basso, ma più che altro alti in questo “mattone” dal quale onestamente non mi aspettavo così tanto quanto invece ha meritato, colpa forse della mia poca propensione verso il musical, che puntualmente rivaluto quando trovo la voglia di vederne uno.

Patteggiamo per l’Oscar a Anne Hathaway!

Un saluto e a presto readers (sempre che ne siano rimasti dopo questo lungo silenzio 😦  )