Zero Dark Thirty – la guerra è lentezza

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Cari lettori perdonatemi per scrivere così poco ma oltre al fatto che questa settimana sono stata impegnata con gli esami all’università, si aggiunge la mia totale sfiga con l’adsl, infatti da circa una settimana ho una connessione parecchio altalenante… Comunque oggi voglio parlarvi di Zero Dark Thirty, nuovo film di Kathryn Bigelow, già regista di The Hurt Locker.

Il film l’avevo atteso moltissimo, tanto che il primo giorno di proiezione mi sono catapultata in sala a vederlo, sarà perché avevo amato Jessica Chastain in Tree of Life di Malick, sarà perché alla fine la storia raccontata è “familiare” a tutti: nel film si raccontano infatti i retroscena e le operazioni d’investigazione che hanno portato al ritrovamento e all’uccisione di Osama Bin Laden (il titolo si rifà appunto al gergo militare, che conia queste parole per definire un’operazione svolta durante l’orario notturno dopo la mezzanotte e mezza).

Un impianto quasi documentaristico, perfettamente coerente e temporalmente progressivo: l’incipit con le telefonate e i rumori dal World Trade Center l’aveva già pensato Michael Moore in Fahrenheit 9/11, e tra l’altro tale incipit rappresenta anche il punto più emozionante del film, che per il resto ci appare didascalico e un tantino ridondante.

Certo, realistico: ottima la scelta delle location e anche la fotografia (del resto la regista sapeva già come muoversi dopo The Hurt Locker, che pure era ambientato nelle zone belliche dell’Iraq) , ma di certo nella sceneggiatura si avverte tutta la pesantezza della lentezza delle operazioni che hanno portato al colpevole degli attentati del settembre 2011, e anche la risoluzione finale degli eventi non appare così folgorante (anche se certo girata impeccabilmente) o toccante come per tutto il film ce l’aspettavamo: nonostante i molti eventi che avvengono,  si avvertono come se fossero “ovattati” dalle stesse scelte di regia, che solo un paio di volte ci mostra l’azione e anche nel finale si tiene calma, contenuta.

Insomma, il film è buono e sono sicura che avrà la sua schiera di sostenitori, ora e soprattutto tra qualche giorno agli Oscar, ma c’è qualcosa che non mi ha convinto, a partire dall’estrema frammentazione della narrazione in svariati nuclei tutti con una didascalia luogo-data che spesso risulta difficile da seguire e da collegare nel contesto generale.

Jessica Chastain è brava (già ha vinto un Golden Globe, è candidata all’Oscar) anche se non ha tutto il carisma che il suo personaggio dovrebbe possedere, e in generale il cast non mi è sembrato troppo coinvolto.

Molti hanno criticato il film per le scene di tortura, definendolo pro-bellico e filoamericano: mi sento di rispondere che, in primis, non viene mostrato nulla di sconvolgente nelle scene di tortura e se dovesse avviene tutto fuori campo, e in secundis, questo molto apprezzabile, per quanto sì, filoamericano, non si vergogna a lanciare una denuncia contro le attività di tortura dei militanti di Al Quaeda da parte dei militari americani in Iraq e Pakistan, quindi il farle vedere nel film non è di certo atto a sostenerle.

Insomma più che un “filmone” un “documentarione”, realistico all’eccesso, con tanti rimandi spaziali e temporali differenti), concentrandosi però, anziché sulla parte politica della vicenda Bin Laden, sulla parte militare, svelandone i retroscena e anche gli inghippi burocratici.

Interessante, ma fino a un certo punto, ohimé.

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