Educazione siberiana – quando il cinema si fa antropologia

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Un uomo non può possedere più di quanto il suo cuore possa amare

Salvatores in questo film si sposta dai suoi colori storici, quelli caldi del Sud, del Mediterraneo che lo hanno reso celebre, verso le tonalità fredde, quelle del gelo e della neve della Russia di questa Educazione Siberiana.
Il film si basa sul celebre romanzo best seller omonimo di Nicolai Lilin, presunta storia vera/autobiogradica (qui per approfondimenti sulla veridicità del romanzo) di due ragazzini (Tumalavicius e Federavicius, che interpretano Gagarin e Kolima) che, nel cuore della Russia, vengono educati a delinquere. Ma a delinquere “per bene”: una sorta di Sparta in salsa sovietica, un comunismo utopico in cui si ruba ai ricchi (banchieri, usurai e poliziotti) per dare ai poveri, ma anche comunità profondamente religiosa e gerarchica, nella quale è il vecchio e saggio ultratatuato John Malkovich ad essere una sorta di capotribù, uomo di crimine ma anche d’onore che dona ai due bambini la “picca”, il loro coltello, regalo di una maturità precocemente raggiunta, ma che anche insegna loro a usarlo e per questioni criminose e per questioni diplomatiche (come si vedrà a fine film).
Tutta la prima intrigante parte del film è volta al racconto di questa integerrima, fredda Educazione, che giunge al termine con l’appropinquarsi della sessualità (rappresentata, sempre in veste quasi infantile, dalla figura della “voluta da Dio”, Xenia, figlia del dottore del paese) e con il confronto dei giovani della comunità col mondo esterno, prima gli strascichi della Guerra Fredda, poi l’occidentalizzazione: i negozi, le canzoni americane che così poco sono accomunabili al folklore siberiano.

Registicamente non è tra i migliori di Salvatores ,tendenzialmente è un film di sceneggiatura più che di regia (forse in questo senso era meglio il precedente quasi andersoniano Happy Family, con una regia più dinamica), ma regala alcuni momenti molto sospesi e toccanti di indubbio fascino: la scena in riva al fiume in piena e quella sulla giostra, su tutte.

Si avverte tuttavia nell’intreccio un qualcosa di mancante, specie in una seconda parte che, meno suggestiva della prima, non riesce a tenere così alto l’interesse della sfida della selezione naturale di Kolima e Gagarin, entrambi leoni che non possono e non riescono a dominare in due lo stesso territorio, propaggini della grande figura occupata da Malkovich ma divisa a metà; si avverte come l’imminenza di un fatto, di una risoluzione che tarda ad arrivare e fa sentire come se l’attesa dell’evento fosse di molto superiore all’evento stesso, tutta un’educazione svolta per mettere in pratica un semplice atto di rassegnazione, o se vogliamo di dominazione, del forte sul debole, del giusto sullo sbagliato.

Così come coi tatuaggi s’intuisce la storia delle persone morte senza nome, si capisce perché l’insistenza sull’educazione sia così importante ai fini della riuscita di una storia che, a conti fatti, non racconta molto più di qualsiasi altra, ma la racconta indagando nell’antropologia e nel folklore di un popolo forse perduto e morto senza avere un nome, e solo approfondendo la sua formazione si può capire veramente chi siano, chi fossero stati, questi siberiani.

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4 thoughts on “Educazione siberiana – quando il cinema si fa antropologia

  1. più che siberiani, proprio i clan sorti in quelle aree 😉 si posso essere d’accordo, sicuramente sul fatto del film meno di pancia, come lho descritta io la regia di Salvatores.

  2. Un’occasione sprecata. Si poteva ottenere molto di più da questo cast e con questi mezzi tecnici.

    Il finale è illogico. Non dico altro per non rovinarlo a chi non l’ha ancora visto.
    E un finale illogico in un film logico è terribile.

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