Qualcuno da amare – Non persone ma volti

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Kiarostami, regista iraniano migrante, confeziona un altro film di fattura essenziale e perfetta, si chiama Like someone in love (Qualcuno da amare in italiano). Il tema è quello della solitudine, della noia, dell’alienazione, che ci rimandano a grandi registi come Antonioni che ne fece a suo tempo il suo marchio di fabbrica, anche se qui l’ispirazione visiva è più materica, meno surreale. Una ragazza, in una Tokyo disumana nella sua estrema umanizzazione, nelle sue fitte reti di rapporti sociali talmente confusi e grotteschi che sembra impossibile non farli collidere, fa la prostituta, per noia più che per necessità. E’ infatti fatta di lunghi tempi la focalizzazione sulla sua vita, che seguiamo per un giorno intero. L’incontro con un uomo molto più anziano di lei darà un colpo alla vita e ai legami precedenti.

La calma è la virtù dei forti, armatevene per vedere questo film: i risvolti sono talvolta banali per quanto abbastanza ben indagati e in un paio di casi addirittura gestiti egregiamente: la sceneggiatura purtroppo risulta un tantino limitata, anche se coglie a pieno lo spirito giapponese fatto di orgoglio e soprattutto di rispettosità. Dove non può la sceneggiatura Kiarostami è molto abile con la macchina da presa, infatti certe scene interiori, silenti o monologate, risultano di gran lunga superiori a quelle di dialogo (tutta scena nel taxi, per esempio).

Gli attori sono decisamente bravi – l’anziano Tadashi Okuno soprattutto, al suo esordio nel cinema (da Imdb leggo solo di lavori televisivi antecedenti a questo…) e anche la ragazzina del 1988 Rin Takanashi, per quanto non sempre riesca a catalizzare su di sé tutta l’attenzione che dovrebbe meritare la sua Akiko, e forse gioca al gioco del regista, che vuole il suo personaggio emotivamente sterile per decisione presa, dalle pareti morbide e quasi malleabili sulle emozioni dello spettatore.

Kiarostami si rifà direttamente a un grande maestro giapponese per uno dei temi principali del film: parlo di Ozu e del suo Tokyo Monogatari, il viaggio a Tokyo, che affrontava il tema dell’anzianità e dell’incuranza dei giovani dei loro vecchi: anche qui la giovane Akiko sembra non curarsi totalmente della nonna che la viene a trovare a Tokyo, per poi riscoprire il suo affetto in uno sconosciuto.

Come Sofia Coppola in Lost in Translation rendeva inutile i rapporti umani nella Tokyo vista da occhi stranieri, Kiarostami vede Tokyo dall’interno, e si sente escluso dalla città, dalle persone, in una traduzione che non vuole essere eseguita, che rimane a tutti gli effetti incompiuta, come quella che il genero chiede al vecchio professore: non vi si perde, ritrova il suo filo tragico, ma dal respiro fatalmente inconclusivo, metafora un po’ di tutto il film.

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Oblivion – la fantascienza sopra le righe

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Ciao carissimi! E’ da un po’ che non scrivo: ohimé le pecunie scarseggiano e al cinema sto andando meno spesso. Oggi vi parlo di fantascienza, e del nuovo film del regista di Tron Legacy, Oblivion.

Spesso i film di fantascienza danno sfoggio di immense doti visive, e da parte del regista e da parte del direttore della fotografia. Questo film, Oblivion, di Joseph Kosinski (fotografia di Claudio Miranda), è decisamente uno di quei film: lo spessore tecnico del film è innegabile di fronte a molti film usciti di recente che puntavano tutto su quello e si sono rivelati molto più scadenti rispetto alle aspettative (Lo Hobbit in primis…).

La trama risulta alla fine estremamente orchestrata e complessa, frutto di una graphic novel ideata dallo stesso Kosinski, d’altronde s’intuisce fin dalle prime sequenze che il regista aveva già bene in mente cosa volesse portare su pellicola quando girava, il che ha sicuramente giocato a suo vantaggio (oltre ai 120 milioni di dollari di budget, s’intende).

Molti sono i rimandi e i citazionismi a film di culto: solo la tematica dei cloni è certamente materia che da sempre stuzzica la fantasia dei registi di fantascienza: l’antesignano Blade Runner, The Island, il più recente Moon, tuttavia non arriverei a parlare di emulazione in toto di questi citati: d’altronde Tarantino sono vent’anni che ci fa omaggi e citazioni e imitazioni di film del passato, ma furbamente lo fa con film meno conosciuti, con film di serie B, e nessuna accusa gli viene mossa.

E poi, come è possibile anche solo pensare di girare un film di fantascienza senza omaggiare chi la fantascienza l’ha elevata a un livello di profondità inimmaginabile prima? Parlo di Kubrick e di 2001: Odissea nello Spazio, giustamente citato più volte in Oblivion (il monolito triangolare, l’astronave Odissey, Sally…). Giusta pure l’ispirazione dovuta a Matrix, che la fantascienza l’ha decisamente ricreata dall’interno e portata sul livello della multimedialità 2.0 in cui oggi viviamo. E parlando di Matrix, decisamente questo film va a frapporsi a Cloud Atlas dei Wachowsky come film di fantascienza dell’anno.

Il cast è ben orchestrato, Tom Cruise non rivela grandi sorprese (ma ce lo aspettavamo), personaggi femminili interpretati da due sorprese: la modella Olga Kurylenko e Andrea Riseborough sono perfette nei loro ruoli.

Un plauso alla soundtrack… gli M83  vanno a fare ciò che i Daft Punk avevano fatto in Tron Legacy e non sbagliano, riuscendo a calibrare la colonna sonora e sul film e, anche, sul loro genere elettronico.

Un film da vedere più che da ragionare…e per goderlo a pieno, meglio il cinema: per le sue belle immagini lo schermo del pc non renderebbe un granché.

Velocità relative, Come un tuono

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Se corri come un fulmine, ti schianti come un tuono

Derek Cianfrance per il suo secondo film continua a raccontare storie di vita americana, come già era stato in Blue Valentine, solo che in questo The place beyond the pines (in italiano Come un tuono) una famiglia da sola non sembra bastare e quindi Cianfrance ne aggiunge un’altra. Un film diviso in tre tempi, tempi della vita dei protagonisti più che della storia:
la prima, vede protagonista Ryan Gosling, alias Luke il bello, motociclista spericolato che diventa criminale per amore della famiglia; la seconda, luci e ombre di un Bradley Cooper (Avery Cross nel film), poliziotto devoto alla legge; e la terza, altre due parti opposte che si incontrano, finalmente.

E infatti tutto il film è un gioco di parti, parti maschili, quasi un film sul maschio alfa, lotta per una sopravvivenza mentale o più spesso solo immaginaria; personaggi femminili poco incisivi (Eva Mendes, abbastanza  inutile) o comunque molto simili a quello che già era stato di Michelle
Williams nel precedente film (comunque con una parte più consistente), sostanzialmente poco delineati a fronte di personaggi maschili incredibilmente indagati e descritti. Gioco forza lo fa, a mio parere, anche la scelta degli attori: Gosling, si sa, è perfetto per questi ruoli di buon selvaggio, già in Drive ce ne aveva dato ampia prova e proprio la prima parte di questo film ricorda un sacco il film di Winding Refn; Cooper, in espansione dopo Il Lato
Positivo, se la cava egregiamente e tiene bene testa all’altro protagonista nella seconda parte del film.

Il film parte alla grande con la prima scena girata tutta in piano sequenza; seguiamo Ryan Gosling, di schiena, che cammina rude con una maglia dei Metallica in mezzo a un mondo tutto luci e dolcetti, un lunapark, e così ci inseriamo anche nel film, alle spalle di Luke il Bello: una sequenza necessaria e indubbiamente bella. Cianfrance si avvale di una fantastica fotografia, Sean Bobbitt sa il fatto suo e già se ne era accorto Steve McQueen per la fotografia dei suoi Hunger e Shame.

Il film parla di velocità e lentezza: il modo in cui certi avvenimenti si inseriscono prepotentemente nella vita dei protagonisti come delle repentine accelerazioni che fanno incalzare improvvisamente tutto il ritmo della storia. Cianfrance cerca di dare al film lo stesso respiro universale e “mitologico” di Magnolia di Anderson, ma senza riuscirci troppo (non ha una pioggia di rane
al suo arco!), piuttosto, forse involontariamente, con un certo ribaltamento dell’ordine manicheo, si accosta più a The Departed di Scorsese.

Per quanto riguarda la soundtrack si poteva essere più incisivi, si punta tutto su qualche pezzo folk in puro stile stelle e strisce (tipo quello dei titoli di coda): qualche pezzo più pomposo non avrebbe stonato.

A conti fatti, un bel film, a tratti un revenge-movie, che anche se non profuma di originalità, ha i suoi bei momenti d’emozione, un puzzle che si compone poco a poco incastrando vite diverse dalle quali il nostro occhio si tiene sempre equidistante, nell’arco di tutta la narrazione, riuscendo tuttavia ad entrare dentro a due storie che, per quanto sembrino essere opposte e in
conflitto, tornano più volte insieme, compenetrandosi, e solo allora arriveranno al nuovo grado di consapevolezza, dato dal coraggio di vivere, il luogo che sta oltre i pini.

Le parole si fanno film: Come pietra paziente

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Chi non sa fare l’amore fa la guerra

Con queste parole pronunciate dalla protagonista senza nome – donna per tutte le donne – di questo intensissimo film Come pietra paziente – Syngue Sabour si riassumono i temi principali del film del regista Atiq Rahimi: la condizione della donna e i suoi sentimenti in un paese martoriato dalla guerra come l’Afghanistan.

La protagonista, interpretata dalla bravissima Golshifteh Farahani (già vista in Pollo alle Prugne e About Elly), si vede costretta a prendersi cura dell’anziano marito, in coma dopo aver subito uno sparo in seguito a uno screzio, mentre fuori, nella città, la guerra avanza e i talebani compiono razzie e crimini. E’ in questi momenti che la donna parla, si confida ad un uomo che, per sua stessa ammissione, era sempre stato cattivo e spietato con lei, che non l’aveva mai baciata ma l’aveva soltanto usata. E’ la sua pietra paziente, la pietra a cui nel mito orientale si confidano tutti i segreti, le vergogne, le sofferenze fin che non sarà tanto carica di dolore da frantumarsi per conto suo, liberando chi la usava delle sue pene.

Il film si svolge in buona parte nella stanza del marito, stanza che la protagonista invade del tutto col suo corpo tanto da rendere essa stessa la sua interiorità e vita, della quale il marito, volente o nolente, è auditore e non più protagonista – un’inversione di ruoli attraverso la quale la donna arriva a prendere coscienza del suo corpo e della sua condizione. Un film che parla coraggiosamente di sesso, la zia è una prostituta, una sorta di personaggio salvifico e morale che rivendica in un certo senso la libertà non solo della protagonista stessa ma di tutte le donne afghane, vendere il proprio corpo come ribellione al potere maschile e non come oltraggio.

Il marito diventa quasi metafora di tutto un Paese (che il regista paragona a Guerre Stellari, dove si combatte con armi sofisticate ma la vita sociale è simile a quella del Medioevo): viene immobilizzato e paralizzato nel suo potere dittatoriale per ridare la parola, finalmente, ai suoi cittadini, anche quelli che non hanno diritti civili, come le donne.