Miele, un film dolceamaro

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Prima prova registica per la solitamente attrice Valeria Golino, Miele è un film “liberamente ispirato” al romanzo Vi Perdono di Angela Del Fabbro alias Mauro Covacich, la storia di una ragazza che pratica l’eutanasia ai pazienti che la richiedano.

La Golino tratteggia in sceneggiatura la figura di un personaggio estremamente interessante, quello di Jasmine Trinca (incredibilmente adatta al ruolo, fa il salto di qualità secondo me con questo film dopo quello di Diritti, Un giorno devi andare), Irene-Miele, carattere duro e amaro nonostante il suo nome di servizio, che dopo aver abbandonato la facoltà di medicina decide, all’oscuro da ogni suo conoscente, genitori compresi, di fare un lavoro colmo di oneri e, a tutti gli effetti, illegale: infatti è una figura, un “fantasma”, come dice lei stessa nel film, che aiuta i malati terminali ad accorciare le sofferenze, attraverso la pratica dell’eutanasia.

La Golino ha il merito di scegliere un punto di vista differente da quelli che di solito hanno i film sul tema dell’eutanasia (per citarne alcuni: Mare Dentro di Aménabar, tra i più recenti Bella Addormentata di Bellocchio e Amour di Haneke), un personaggio esterno alle vicende dei malati, un personaggio che addossa su di sé tutto il dolore cui è testimone ogni giorno senza esserne attivamente partecipe, un personaggio che corre sempre sul filo dell’etica. Ed è proprio qui che si  scatena il conflitto nel film: quando infatti la giovane Irene viene chiamata da un anziano ingegnere (interpretato, bene, da Carlo Cecchi) che non è malato terminale ma “semplicemente” depresso, il conflitto etico sul quale la nostra stessa protagonista pone l’accento sarà: “Io aiuto le persone malate, non i depressi ad ammazzarsi”. Su questo è impregnato l’intero film e la Golino se la cava egregiamente a destreggiarsi in questo spinoso sentiero, senza scadere in banali ovvietà.

Certo, la trama è decisamente il punto vincente del film, per quanto riguarda la regia infatti, si nota subito che è un tantino tentennante e ancora immatura, anche se di certo è innegabile il gusto della messa in quadro, sempre ricercata, addirittura a rasentare la stucchevolezza.

Di certo fa salire i meriti del film la scelta della colonna sonora (non originale), che va da Thom Torke, a Caribou, ai Talking Heads.

A mio avviso, un film da vedere, che valorizza in un certo modo la produzione nostrana al di là dei “mostri sacri” come Sorrentino o Bellocchio. E poi Jasmine è un incanto…

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