Solo Dio Perdona o l’elogio all’inazione

2a

A mia discolpa ho da dire che Only God Forgives – Solo Dio Perdona, è a mio parere un cazzo di film di quelli che rimangono abbastanza impigliati nell’immaginazione e nella coscienza di chi ci pensa a posteriori; a parte ciò, la mia recensione è assolutamente lungi dall’essere completa poiché il regista danese Nicholas Winding Refn l’ho conosciuto solo grazie al precedente Drive (masterpiece), e ohimé non ho visto gli altri film (ad esempio Valhalla Rising o Bronson), quindi non potrò fare un vero e proprio raffronto con l’opera completa.

Ad ogni modo, sempre che non mi abbiate già abbandonato a causa delle mie lacune (in tal caso comunque vi capirei), a mio parere il film è estremamente ostico per contenuti e forma ma è anche una delle più belle cose che io abbia visto al cinema da molto tempo a questa parte (dove per “vedere” intendo propriamente “vedere”, non seguire una storia, una trama)  limitatamente all’aspetto visivo, assolutamente preponderante in questo film e anche funzionale a seguire i risvolti della trama, ma proprio per questo motivo forse auto-limitativo in merito alla fascia di pubblico che lo possa apprezzare (insomma, tutti i cinefili cresciuti a pane e Marvel, nasi arricciati da speranze infrante di botte e cazzotti).

La fotografia, di Larry Smith, è a tutti gli effetti la protagonista del film, che infatti è dedicato a Jodorowsky, maestro delle atmosfere distorte e artificiali: luci e ombre scagliate ovunque a disegnare forme geometriche, intarsi e a rendere tremendi e bellissimi come dei greci i personaggi. E la loro caratterizzazione è infatti estremamente stilizzata come quella della mitologia greca: il Julian interpretato da Ryan Gosling è un Edipo, perdente e addirittura incapace di redimersi in nessun modo se non privandosi della sua stessa virilità, una castrazione esteriore e tattile, violenza e punizione che non si scagliano sugli occhi come in Edipo (che se li cavava da solo) ma sulle mani, nuovo nucleo della sessualità e della virilità, punizione che oltretutto Julian, al contrario del mito greco, non si infligge da solo, ma che si fa infliggere dal suo nemico, in un atto di suprema sottomissione e sconfitta.  Certo, a questa lettura non ci si arriva tuttavia immediatamente come era immediata la lettura del precedente Drive: Gosling lì era l’eroe e adesso è come se, vedendolo in questa nuova pellicola, non si riuscisse a concepire il fatto che è all’opposto, che è un antieroe, un perdente, è troppo bello, è troppo misterioso, è troppo granitico per essere un perdente.

Kristin Scott Thomas è la migliore del cast: un’Atena feroce e indomita, vendicatrice e coraggiosa, lei che almeno affronta il nemico e lo insegue, dea della guerra contro una legge suprema, quella interpretata dal poliziotto onnipotente Chang (Vithaya Pansringarm), invincibile e svilente.

Refn dirige un’antitesi del film d’azione, un elogio all’inazione, fa uso della violenza sempre in modo ragionato a livello d’immagine, non è assolutamente violenza gratuita quella che si vede nel film, come ho letto da molte parti, anzi, è il motore del film, senza di essa non ci sarebbe trama, non ci sarebbe altro, ed è quindi estremizzata e necessaria, anche se non spettacolarizzata. Anche la musica non la fa da padrona come in Drive, anche se a curarla c’è sempre Cliff Martinez, accompagna, ma non invade. Unico elemento di contatto tra Drive e questo è, a mio parere, la vicinanza al cinema di Kenneth Anger, in Drive palesemente citato, qui più presente inconsciamente, a livello visivo, nei colori; nei quadri invece la staticità è propria del cinema orientale, la costruzione geometrica per quadri, la regolarità anche nelle scene più movimentate resa dal montaggio (la scena della sparatoria nel bar, esemplare da questo punto di vista).

Certo, non lascia la voglia di farsi rivedere una seconda volta (causa, per parte mia, anche di una scena di violenza legata agli occhi, citazione, forse, al Bunuel di Un Chien Andalou ma per me assolutamente dolore fisico), ma di certo non lascia indifferenti…

Annunci

La dolce bellezza, La Grande Bellezza

Toni-Servillo-foto-Gianni-Fiorito-7887871

Conosci molta gente? – La gente è garanzia di felicità.

La gente ti ha deluso? – Io sono stato deludente.

Dio mio, ma chi l’ha detto che è brutto il nuovo film di Sorrentino? Paolino nostro attinge a piene mani dalla Dolce Vita di felliniana memoria e, del resto, chi meglio di lui nel nostro cinema poteva rendere omaggio al grandissimo (forse troppo per un Paese come il nostro!) maestro Federico Fellini? Il regista napoletano omaggia il riminese con una trama in tutto simile al capolavoro del 1960: Jep Gambardella è un Marcello moderno, non è un paparazzo, ma è un giornalista con velleità di scrittore, ma più che questo, in realtà, è un mondano, immerso fino al collo nella vita degli intellettuali, artisti e modaioli romani, che abita in un attico che dà direttamente sul Colosseo e sui conventi delle monache di clausura. Tutti e due hanno lo stesso sguardo dissacrante e cinico di chi ha vissuto troppo e troppo a lungo, di chi ha conosciuto troppe persone, di chi non ha mai trovato la propria verità da nessuna parte perché ha avuto troppe distrazioni.

Lo sguardo intenso di Sorrentino si sofferma sulla bruttezza come quello di Fellini si concentrò, a suo tempo, sull’amarezza, dentro ambienti dolci e belli, superficiali, come superficiali e ossimorici sono i titoli di queste grandi opere. L’autore è da sempre interessato a personaggi contraddittori e malinconici, per citarne alcuni, il Titta Di Girolamo de Le conseguenze dell’amore, o lo stesso Giulio Andreotti de Il Divo (sempre interpretati, come questo, da Toni Servillo, a mio avviso il migliore attore italiano in circolazione…), o anche il Cheyenne interpretato da Sean Penn nell’ultimo This must be the place, e di certo il protagonista di questo film aggiunge un tassello importante nella sua ricerca umana.

roma-4

Ricerca umana che coglie innumerevoli caratteri e sfumature: c’è la delusione dell’uomo di mezza età non realizzato di Romano  (Carlo Verdone ), c’è l’amarezza e la volgare tristezza di Ramona  (Sabrina Ferilli), c’è la pura essenza radical chic di Stefania (Galatea Ranzi), contro la quale Jep si scaglia in un bellissimo j’accuse, c’è la deformità felice di Dadina (Giovanna Vignola), la caporedattrice.

C’è inoltre la totale dissacrazione dell’universo cattolico-cristiano, aspetto ispirato pienamente all’universo felliniano : il Cardinale (Roberto Hertzlika, eccezionale),  interessato solo alla cucina e alle sigarette col quale Jep cerca un approccio spirituale ci ricorda quello di 8 ½ al quale Guido (Mastroianni) cercava di confessarsi con un “Eminenza, io non sono felice” e la gran baracconata dell’asta-botox col chirurgo plastico, scena onirica e straniante quasi quanto la sfilata di moda ecclesiastica in Roma.

La sceneggiatura è, come sempre, molto ispirata, a volte rasenta la retorica, in certi punti si cala nel pittoresco e nel volgare, anche qui a cogliere le varie sfumature di una città, Roma, che la fa da padrona durante tutto il film ancora di più del protagonista: il vero rapporto è quello con lei e non con tutti gli altri personaggi che lo circondano.

La fotografia (di Luca Bigazzi) in interni è visivamente ineccepibile; per quanto riguarda gli esterni, a mio avviso, il modo in cui la luce bagna Roma è qualcosa di bellissimo anche senza necessità di molti trucchi luministici (lo strano viraggio delle scene di flashback, tutte scadenti soprattutto a causa degli attori scelti, ohimé) o digitalizzati, cadute di stile come gli aironi e le giraffe fatte con lo stucco, che fanno storcere un po’ il naso, come pure quel finale profetico e, forse, troppo banalizzante: continuiamo a preferire la bambina sul mare di Fregene di Fellini alla quale Marcello non poteva e non riusciva ad avvicinarsi  alla vecchia santa Suor Maria (Giusi Merli) che riesce a far migrare gli uccelli con un soffio, in un abbraccio naturalistico che Jep è condannato ad osservare solo da spettatore. In questo avanzare d’età, la dimostrazione dell’innocenza si sviluppa, si porta avanti, tuttavia ci fa comprendere un importante cambiamento sociale, quanto ormai essa  sia solo in mano agli anziani, quanto la saggezza dell’anzianità (ricordiamoci che il protagonista, all’inizio del film, compieva infatti 65 anni…) riavvicini costantemente all’età infantile, in una riscoperta quasi pascoliana della vita e, appunto, della Bellezza.

Infine, fate fare anche a me la radical chic: se questi sono i film brutti (anche se distribuisce Medusa…), ci meritiamo tutti i Neri Parenti del mondo …