La dolce bellezza, La Grande Bellezza

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Conosci molta gente? – La gente è garanzia di felicità.

La gente ti ha deluso? – Io sono stato deludente.

Dio mio, ma chi l’ha detto che è brutto il nuovo film di Sorrentino? Paolino nostro attinge a piene mani dalla Dolce Vita di felliniana memoria e, del resto, chi meglio di lui nel nostro cinema poteva rendere omaggio al grandissimo (forse troppo per un Paese come il nostro!) maestro Federico Fellini? Il regista napoletano omaggia il riminese con una trama in tutto simile al capolavoro del 1960: Jep Gambardella è un Marcello moderno, non è un paparazzo, ma è un giornalista con velleità di scrittore, ma più che questo, in realtà, è un mondano, immerso fino al collo nella vita degli intellettuali, artisti e modaioli romani, che abita in un attico che dà direttamente sul Colosseo e sui conventi delle monache di clausura. Tutti e due hanno lo stesso sguardo dissacrante e cinico di chi ha vissuto troppo e troppo a lungo, di chi ha conosciuto troppe persone, di chi non ha mai trovato la propria verità da nessuna parte perché ha avuto troppe distrazioni.

Lo sguardo intenso di Sorrentino si sofferma sulla bruttezza come quello di Fellini si concentrò, a suo tempo, sull’amarezza, dentro ambienti dolci e belli, superficiali, come superficiali e ossimorici sono i titoli di queste grandi opere. L’autore è da sempre interessato a personaggi contraddittori e malinconici, per citarne alcuni, il Titta Di Girolamo de Le conseguenze dell’amore, o lo stesso Giulio Andreotti de Il Divo (sempre interpretati, come questo, da Toni Servillo, a mio avviso il migliore attore italiano in circolazione…), o anche il Cheyenne interpretato da Sean Penn nell’ultimo This must be the place, e di certo il protagonista di questo film aggiunge un tassello importante nella sua ricerca umana.

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Ricerca umana che coglie innumerevoli caratteri e sfumature: c’è la delusione dell’uomo di mezza età non realizzato di Romano  (Carlo Verdone ), c’è l’amarezza e la volgare tristezza di Ramona  (Sabrina Ferilli), c’è la pura essenza radical chic di Stefania (Galatea Ranzi), contro la quale Jep si scaglia in un bellissimo j’accuse, c’è la deformità felice di Dadina (Giovanna Vignola), la caporedattrice.

C’è inoltre la totale dissacrazione dell’universo cattolico-cristiano, aspetto ispirato pienamente all’universo felliniano : il Cardinale (Roberto Hertzlika, eccezionale),  interessato solo alla cucina e alle sigarette col quale Jep cerca un approccio spirituale ci ricorda quello di 8 ½ al quale Guido (Mastroianni) cercava di confessarsi con un “Eminenza, io non sono felice” e la gran baracconata dell’asta-botox col chirurgo plastico, scena onirica e straniante quasi quanto la sfilata di moda ecclesiastica in Roma.

La sceneggiatura è, come sempre, molto ispirata, a volte rasenta la retorica, in certi punti si cala nel pittoresco e nel volgare, anche qui a cogliere le varie sfumature di una città, Roma, che la fa da padrona durante tutto il film ancora di più del protagonista: il vero rapporto è quello con lei e non con tutti gli altri personaggi che lo circondano.

La fotografia (di Luca Bigazzi) in interni è visivamente ineccepibile; per quanto riguarda gli esterni, a mio avviso, il modo in cui la luce bagna Roma è qualcosa di bellissimo anche senza necessità di molti trucchi luministici (lo strano viraggio delle scene di flashback, tutte scadenti soprattutto a causa degli attori scelti, ohimé) o digitalizzati, cadute di stile come gli aironi e le giraffe fatte con lo stucco, che fanno storcere un po’ il naso, come pure quel finale profetico e, forse, troppo banalizzante: continuiamo a preferire la bambina sul mare di Fregene di Fellini alla quale Marcello non poteva e non riusciva ad avvicinarsi  alla vecchia santa Suor Maria (Giusi Merli) che riesce a far migrare gli uccelli con un soffio, in un abbraccio naturalistico che Jep è condannato ad osservare solo da spettatore. In questo avanzare d’età, la dimostrazione dell’innocenza si sviluppa, si porta avanti, tuttavia ci fa comprendere un importante cambiamento sociale, quanto ormai essa  sia solo in mano agli anziani, quanto la saggezza dell’anzianità (ricordiamoci che il protagonista, all’inizio del film, compieva infatti 65 anni…) riavvicini costantemente all’età infantile, in una riscoperta quasi pascoliana della vita e, appunto, della Bellezza.

Infine, fate fare anche a me la radical chic: se questi sono i film brutti (anche se distribuisce Medusa…), ci meritiamo tutti i Neri Parenti del mondo …

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