To The Wonder, ma la strada è in salita

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Ciao a tutti e buona estate. Oggi vi farò una delle (già so) rare recensioni che farò quest’estate, sono riuscita dopo eoni finalmente a vederlo: parlo di To the Wonder di Terrence Malick regista criptico e misterioso per antonomasia ma forse più per la sua mancanza dalle scene di festival e premiazioni che per l’effettivo contenuto dei suoi film.

Il film era stato pesantemente criticato l’anno scorso a Venezia, dove era stato accolto in mezzo ai fischi. Appena uscita dalla sala, e tutt’ora, mi sembra esagerata una reazione a suon di fischi, anche se certamente il film non è esattamente al livello del suo predecessore, Tree of Life, mantra sulla vita e sull’umanità come aveva saputo esserlo, anche se in tutt’altro senso, solo 2001: Odissea nello spazio di Kubrick una quarantina d’anni prima.

Malick insiste qui sulle sensazioni, sui dialoghi pressoché inesistenti, dove tutta la sceneggiatura è giocata dalle voci off dei pensieri dei protagonisti, per lo più in lingua originale coi sottotitoli, insiste pure sulle stesse immagini, sole, terra, fiori, acqua, personaggi ripresi negli attimi più alti di felicità, con le braccia rivolte verso il cielo, in contemplazione. Insomma una copia di Tree Of Life, con una coppia più bella ma meno appariscente e un po’ più antipatica, senza le grandi riflessioni sull’essere umano ma solo una storia un po’ povera di un amore che finisce.

Ci risparmia almeno il tema ambientale che poteva portare Ben Affleck ad essere un moderno Erin Brockovich anche se le premesse c’erano tutte, in realtà il caro fresco vincitore di Oscar (da un’altra parte, però) Ben io preferirei vederlo il meno possibile e il buon Terrence pare accontentarmi, focalizza l’attenzione sulla brava Olga Kurylenko (già vista con Tom Cruise nel totalmente differente Oblivion) e sul si sa, ottimo Javier Bardem facendoli recitare in francese e in spagnolo. Due storie opposte le loro, un amore che nasce e finisce quella di lei, un amore, quello di lui, verso Dio, che finisce e solo alla fine sembra riaccendersi in un barlume di speranza e di fede.

Malick ha una concezione abbastanza “antiquata” (se così si può dire) di amore, che alla fine fa puzzare il film di un vago bigottismo di fondo (non a caso a Venezia l’unico premio che si è portato a casa è stato quello del SIGNIS, associazione cattolica mondiale): anche nella perdita di fede del prete poteva azzardare un po’ di più. Un film d’amore senza scene di sesso ai tempi nostri è quasi fantascienza, sono indecisa se sia un bene o un male, non mi sarebbe dispiaciuto vedere il regista all’opera con un’intera scena d’amour.

Per quanto riguarda il triangolo amoroso Affleck- Kurylenko- Mc Adams, ci ho visto molto del triangolo che fu quello di The New World, dove la Kurielenko sarebbe la Pochaontas francese sperduta nelle ampie terre selvagge del midwest americano.

E dai due film già citati si riprende in alcuni casi anche la soundtrack, i più attenti ai titoli di coda l’avranno notato.

Due parole da spendere per la nostrana Romina Mondello (eh, sì, quella delle Ragazze di Piazza di Spagna), scelta (lei dice da Malick in persona, ma dubito che Malick vedesse il telefilm sopracitato) per interpretare l’amica fricchettona (italiana?!) della Kurylenko, che appare due minuti dando lezioni di epicureismo applicato e poi scompare: si è doppiata da sola, ok, ma solo a me veniva da ridere quando era in scena? Si vede da qua tutto lo squallore qualitativo del cinema italiano… belli impossibili e pure abbastanza bravi gli americani/francesi, arriva l’italiana e BAM! Sembra un altro film. Demmerda.

Ciò detto, dovevo andare alla Mostra del Cinema a Venezia e non ci vado (avevo anche gli accrediti, cruel world!), ora mi rimetto un po’ in pari coi film che non ho visto nella precedente stagione al cinema all’aperto; non sta uscendo una mazza in sala, quindi, a meno che non mi sia sfuggito qualcosa, rivediamo tra un mesetto! Enjoy the summer!!

Ps. Sto studiando il fenomeno facebookiano che porta la gente a mettere il like alle pagine dei film prima di averli visti. Era toccato al Grande Gatsby, dove qualcosa tipo 40 amici avevano messo in like prima che uscisse al cinema (meritava eh…un sacco -.-), sta succedendo ancora con Bling Ring, il nuovo film della Coppola. Allora o siete tutti megaproduttori che vi vedete i film prima che escano in sala o non me lo spiego. Se avete risposte al quesito sentitevi liberi di commentare.

A presto

Irene

49° Mostra Internazionale del Nuovo Cinema – Pesaro

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Sono appena tornata da una 3 giorni al Festival del Cinema di Pesaro, una città accogliente con un gran gusto per il cibo (ohimé) e per la cultura, specie per quella cinematografica.

Sono arrivata al terzo giorno, il 27 giugno, quindi non ho potuto apprezzare a pieno il concorso anche se ho avuto la fortuna di assistere alla proiezione del film vincitore della Mostra, il rumeno Matei Child Miner, della regista esordiente Alexandra Gulea. Il film è un toccante ritratto di un bambino di campagna, Matei, ribelle e anche orgoglioso, che fugge per andare a scoprire il mondo a Bucarest: un ritratto che fa molto pensare a quello che Truffaut aveva disegnato nell’Antoine Doinel de I Quattrocento Colpi ma che la regista “adatta” al suo paese, alla Romania, tra tradizione e progresso, tra povertà e necessità di riscatto.

Altri appuntamenti molto interessanti del festival (direttore artistico, da tredici anni a questa parte è Giovanni Spagnoletti) sono stati quelli sul cinema sperimentale, presenti nelle sezioni “Fuori Norma” e “Round Midnight”. Nella prima si esplorava la via sperimentale del cinema italiano: in questa sezione ho potuto assistere alla proiezione di Vedozero, di Andrea Caccia, una via di mezzo tra narrazione e documentario, girato (nel 2009) interamente da diciassettenni liceali tramite dei cellulari, un’educazione al “vedere” oltre che un semplice excursus sulla vita dei giovani italiani: questa, anzi, il regista si astiene assolutamente dal commentare, l’occhio e soprattutto la mano che dirige la fotocamera del telefonino dei ragazzi la fa da padrona, prende punti di vista inaspettati, distrugge il cinema dall’interno e al contempo lo rende popolare, lo esalta (una scena, su una giostra, girata da una ragazzina, è praticamente la versione povera di quella che girerà, tre anni dopo, Salvatores in Educazione Siberiana, se non è un prodigio cinematografico questo!): questo film per me è stata la proiezione più stimolante e interessante dell’intero festival. Nella stessa sezione un altro documentario, Terramatta, di Costanza Quatriglio, che porta su schermo il diario di una vita di Vincenzo Rabito, analfabeta siciliano, attraverso due guerre e settant’anni di storia italiana.

Per l’altra sezione, Round Midnight, ho potuto vedere la retrospettiva sul videomaker Francesco Lettieri, del quale se riesco lascio un bellissimo video qua sotto. Interessante il suo uso di montaggio e postproduzione, senza lasciare mai “da sola” l’immagine ma arricchendola di significati e sfumature grazie a un sapiente uso del digitale.

Video:

https://vimeo.com/50060420

Il focus del festival quest’anno era tutto sul cinema cileno, di cui già avevo parlato col post su No – I giorni dell’arcobaleno, di Pablo Larrain. Ho avuto occasione di approfondire con altri registi, come Alejandro Fernandez Almendras, Huacho è un film sulla povertà nel Cile odierno, quattro storie di una famiglia che vive del lavoro delle proprie mani, ambizioni e fatica. Sulla stessa linea il film El Año Del Tigre di Sebastian Lelio, che racconta una storia di libertà dopo il terribile terremoto che ha colpito nel 2010 alcune zone del Cile. In entrambi i film, a basso budget, la macchina da presa è a spalla ed è nervosa, sta appiccicata ai personaggi senza lasciarli un momento, estremizzazione del lavoro fatto da Larrain nel film già citato uscito nelle nostre sale ad aprile, fotografie sovraesposte e giallastre, dove non c’è spazio per grandi paesaggi poiché il volto umano è padrone. Per entrambi i film sono stati utilizzati attori non professionisti, e i registi hanno dichiarato in conferenza stampa di ispirarsi da una parte al Neorealismo italiano e dall’altra al cinema iraniano, quello di Abbas Kiarostami, ad esempio. Terzo film cileno, sempre di Lelio, è quello che ha chiuso il festival: si tratta di Gloria, presentato al Festival di Berlino, da dove ha portato a casa un Orso per l’interpretazione femminile di Paulina Garcia. Questa storia è molto diversa sia per come è girata che per contenuti: ci si concentra su una società più benestante, borghese, quella che vive nella capitale. Lelio è capace di sfaccettare perfettamente un personaggio femminile di mezza età, goffo ma anche indipendente, in maniera ineressante e articolata. Interessante la scelta delle musiche, per lo più non originali, tra cui spicca una bellissima interpretazione de Las Aguas de Março (canzone epica di Tom Jobim e Elis Regina!). Il film uscirà nella prossima stagione in Italia, distribuito dalla Lucky Red.

Finito il mio excursus su questa bellissima esperienza a cui mi ha permesso di partecipare l’Università di Pisa. Da annoverare un’unica delusione: il film italiano in concorso, Non lo so ancora, di Fabiana Sargentini, che si avvale della collaborazione di nientedimenoche l’ottantanovenne Morando Morandini, al suo esordio nel cinema dopo una vita passata a criticare i film altrui. Si affronta il tema, già visto nel recente film Miele, di Valeria Golino (recensito qui), del rapporto tra generazioni, l’incontro tra una donna di trent’anni (Giulia, interpretata da Donatella Finocchiaro) ed un uomo di ottanta (Ettore, il più convincente del cast, Giulio Brogi). Ma il film manca di ampio respiro, prodotto coi fondi del comune di Levanto, in Liguria, presumo, si limita quasi ad essere una cartolina di questa località turistica, ampi i buchi di sceneggiatura che rendono il tutto una vaga fiera della banalità, senza sale, con dialoghi banali e situazioni assurde, inutili anche gli inserti ad acquarello. Dispiace che il grande critico, al suo esordio, lo faccia con un film di tale scarso spessore.

Cari lettori, temo che con l’estate ci sentiremo un po’ meno, i buoni film al cinema scarseggiano e le boiate come World War Z non penso che meritino troppo di essere dettagliatamente recensite (in ogni caso, mi lascio il riserbo di pensarci, l’ho visto ieri sera, potrebbe venirne fuori qualcosa).

A presto!

Irene