Mood Indigo – La Schiuma dei Giorni : l’Esistenzialismo è plastilina

Finalmente di ritorno dopo luuuunghe vacanze estive, si ricomincia la stagione cinematografica con le nuove uscite e un nuovo tema, nel mio piccolo, per il blog. Che ne pensate? (Lo so che quella sopra è una macchina fotografica, che sono fuori tema e blabla :D)

Oggi parliamo del nuovo film di Gondry, Mood Indigo, da giovedì scorso nei cinema. Fatemi sapere che ne pensate se lo avete visto o se andrete a vederlo!

MoodIndigo

In questo ultimo film Michel Gondry attinge direttamente da un romanzo di Boris Vian del 1947, cui effettivamente in lingua originale dà lo stesso titolo, l’Ecume des Jours, in italiano La Schiuma dei Giorni. Qui si va al fulcro di ciò che è l’immaginazione del regista, che ha definito il romanzo di Vian la sua bibbia personale che ha letto da ragazzino e che, intuiamo noi, l’ha profondamente condizionato nel suo modo di vedere.

Mood Indigo è la storia d’amore di Colin e Chloé, in un mondo dolce e facilmente scomponibile, che non avrebbe niente di particolare se non fosse per la varietà di situazioni fantastiche cui Vian dà vita e che Gondry riporta sapientemente su pellicola: il mondo che già avevamo visto ne L’Arte del Sogno, colori e invenzioni e plastilina, neologismi di ogni sorta per rinnovare e vedere con occhi diversi la vita nelle sue accezioni più varie, a metà strada tra il tenero e il morboso, poiché se nella prima parte del film ci si diverte con le mille trovate, nella seconda l’interesse cala e aumenta la drammaticità, che pure non giunge mai all’apice del climax ma ci ruota attorno per non spezzare l’incantesimo, e ne rimane in qualche punto un pochino succube.

Questo modo di narrare per immagini evocative di situazioni strampalate è un leitmotiv del regista fin dai tempi dei videoclip di Bjork, Bachelorette ad esempio, dove la fotografia variava dal b/n al colore e i treni si aprivano e si richiudevano su città di cartone, per questo la scelta del romanzo di Vian è sicuramente fortunata, arricchita da un’immaginario così fertile, una realtà che si tramuta in sogno: anche qui come nei precedenti film del regista, vi è una personale rivisitazione della realtà, un sogno, che non diventa mai incubo palese come era accaduto in Eternal Sunshine of the Spotless Mind, e quando anzi dovrebbe diventarlo lo fa con grande spirito di rassegnazione, una storia destinata a richiudersi su se stessa e tutto a causa di una ninfea dentro un polmone, la più dolce delle malattie di cui si possa morire che diventa anche la più amara proprio perché di dolcezza non si può morire. Ma chissà se è reale, niente è reale, la stessa Chloé altro non è che un’incarnazione musicale, una canzone di Duke Ellington, un film che sa di jazz poiché come esso è pronto a cambiare registro in ogni momento essendo comunque ben edotto del proprio destino, un cerchio che si richiude come le stanze quando questa musica suona, consapevole del fatto che prima o poi le note dovranno comunque terminare. Come nei Tempi Moderni di Chaplin la catena di montaggio è un tema che torna svariate volte nel film, dal suo palesarsi come motore primario della narrazione nel flusso di macchine da scrivere che ruotano, fino ai gesti quotidiani dei protagonisti, come il cucinare o l’abbigliarsi.

Una favola dai toni cupi, un Tim Burton che si prende molto più sul serio, tanto da scomodare Sartre e l’Esistenzialismo, farlo a pezzettini, perché non gli serve, o forse perché non vuole mettersi a farci i conti, Vian allora come adesso il nostro Gondry, che non si vergogna però di citare uno dei grandi cineasti francesi, Jean Vigo e il suo L’Atalante, ed è forse perché si sente più a suo agio in una storia così, una fiaba dove nell’acqua si può vedere chi si ama…

Audrey Tautou è deliziosa come già lo era stata nel film culto Il favoloso mondo di Amélie, che al contrario di questo film faceva a pezzi la fantasia per vivere la realtà, e bene si destreggia comunque nel ruolo di fatina d’incanto, anche quando ha un fiore sullo stomaco e la scenografia le sta marcendo addosso.

Da ricordare che, nella soundtrack, oltre ai pezzi jazz già citati di Ellington (il titolo inglese ne è una citazione), è presente nientedimeno che sir Paul McCartney.

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