Moebius, il Kim ki Duk disumano

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Moebius è un film pene-centrico. Su questo non ci sono dubbi. Kim ki Duk usa il suo talento nel narrare storie per narrarne una che in fin dei conti risulta perfettamente nelle sue corde anche se ci si chiede di che materiale queste corde stavolta siano fatte, perché talvolta non mancano di stonare un poco.

“E’ un film sul tabù”, ho letto ripetuto da molte parti, perché nella Corea del Sud del regista di sesso non si può parlare, non si può mostrare niente. Si capisce solo così, parzialmente, la meccanizzazione dell’atto sessuale che da sempre vediamo nel regista anche laddove venga praticato con un sentimento amoroso (mi viene in mente Soffio), o nel precedente Pietà, dove ricordo una scena di sesso tra due personaggi secondari che sembrava una catena di montaggio; qui è ancora peggio, è disumanizzazione, i personaggi sono tipi (dis)umani assoluti, il regista gli toglie la parola perché seguono i loro barbari istinti come gli animali, brancolano nel buio, credono di seguire una ragione che in realtà gli proviene soltanto dalle parti intime, e quando anche esse vengono perse devono fare i conti col cervello, iniziare a pensare e iniziare a godere tramite esso, che diviene a sua volta sostituto delle parti intime e mai eleva i personaggi e li fa anzi stagnare in una piattezza caratteriale che si risolve anche in una piattezza di trama, che dopo la prima mezzora inizia a girare un po’ a vuoto per quanto velocemente, e a ripetersi di continuo.

Già, è cinema orientale, tutto razionalismo e poco sentimento, o forse l’esatto contrario, dipende dai punti di vista, fatto sta che anche in questo caso la trama è costruita bene anche se ridondante, non si avverte affatto la mancanza della parola, e il film scorre veloce ugualmente, anzi mi sembra una mossa arguta quella di togliere i dialoghi, giacché in sala qualche risata è partita anche solo grazie alle immagini, e il dialogo avrebbe potuto solo aggiungere del contenuto trash, per quanto gli attori siano tutti molto validi (specie la Madre, Seo Young-ju, che si sdoppia e interpreta anche il ruolo dell’Amante).

Alla fine ci chiediamo: e con ciò?, oltre ad averci raccontato una storia che ci ha fatto accapponare le budella, Kim ki? Non mi ha convinto per niente, in alcuni punti mi ha fatto incavolare proprio. Non se ne può più delle storie di Edipi, e certamente ci aveva convinto di più il danese Refn con Solo Dio Perdona per parlare di film sul complesso di Edipo, ed era pure ambientato in Oriente.

Il protagonista ci guarda in faccia, il solito richiamo truffautiano de I quattrocento colpi, lo sguardo che vuol dire “ho imparato qualcosa, sono fiero di me”, ma non capiamo veramente cos’abbia imparato, la sua apatia ce lo impedisce, il regista ce lo impedisce, e l’intero film perde di senso e interesse, una nota spirituale sparata lì a casaccio della quale non si sentiva per niente la necessità, e per tutto il film l’intento del regista sembrava proprio farci perdere ogni necessità di spiritualità.

Confusionario e shockante: forse giusto così, forse era questo l’intento. Non si può dire che sia un film mal riuscito, giacché alla fine tutto fila, ma qualcosa manca, manca l’anima motrice, e se ne sente, tantissimo, la mancanza.

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