La Vita di Adele, epopea dell’ordinario

ImmagineEra stata una giuria prevalentemente americana (nomi come Nicole Kidman, Ang Lee, Christoph Waltz e ricordiamo il presidente Steven Spielberg) a premiare con la Palma d’oro un film francese, a Cannes, quest’anno: si trattava di La Vie d’Adèle, del regista di origine tunisina Abdellatif Kechiche.

Un film in due capitoli della durata rispettiva di circa un’ora e mezza per un totale di tre, tratto dalla graphic novel “Il blu è un colore caldo”, di Julie Maroh. Un film pesante ma anche leggero, un film d’amore tutto sommato, che punta tutto sul fatto che ad amarsi è una coppia omosessuale. Il lesbo-chic ultimamente va molto di moda e non stupisce che il film stia facendo incassi d’oro al botteghino, considerato anche il divieto ai minori di 14 anni che si è beccato (ma quando mai…) che ovviamente ha sempre il suo fascino al cinema.

Kechiche è un maestro nella direzione delle sue attrici, pur brave, non c’è che dire, (specie Léa Seydoux, già vista in Midnight in Paris di Allen, qui quasi irriconoscibile e credibilissima nel suo ruolo) un talento che si ritrova in grandi registi come Bertolucci o Sorrentino più recentemente; inquadra sempre la sua Adele (interpretata dalla bellissima Adèle Exarchopoulos) in primo piano, la fa respirare sopra la macchina da presa tanto che possiamo sentirne il calore e assaggiarne le lacrime che pure il regista non ci risparmia di vedere, un po’ come tutto il resto. Vuole immergerci completamente nella vita di Adele, ecco cos’è questo titolo così vasto, così ampio, nonostante il campo relativamente ristretto in cui ci si muove: non solo la scoperta dell’identità sessuale ma la stessa crescita e maturazione; non è un caso, infatti, che ci faccia vedere così tante scene di apprendimento scolastico, prima al liceo e poi alla scuola materna. Adele apprende sempre a modo suo, e il regista ci fa interiorizzare ogni evento della sua vita innalzandolo a livello universale, è per questo che a mio parere si può parlare di storia “epica”, di epoca contemporanea: c’è ogni sentimento umano dentro. Il film è perfettamente strutturato, come un grande romanzo, si richiude perfettamente come si apre, per questo così facilmente ci si è potuti accostare a Marivaux e alla sua Vita di Marianne, indubbia fonte d’ispirazione del film insieme alla graphic novel già citata: ne ha lo stesso respiro intenso e antico.

Le scene più forti del film sono quelle di incontro e quelle di scontro: in primis, la lunghissima prima scena di sesso, che fa andare in apnea anche il più manzo degli spettatori, unita a quella della manifestazione (presumibilmente un gay pride), laddove la forza politica e quella del corpo diventano una forza sola grazie alla sapiente abilità di Kechiche dietro la macchina da presa, che fa respirare di tensione sessuale l’intero film. Molti si saranno infuriati per la debolezza caratteriale della protagonista, che mai in tutto il film dice a qualcuno “sono lesbica”, ma a mio parere la forza del cinema sta proprio nell’ossimoro tra la mancanza di parole e la capacità di supplirle con la potenza immagini, e la libertà sessuale di Adele diventa l’affermazione di un diritto contro una società repressiva e incartapecorita come quella dei compagni del liceo.

Non è un film sulla dissociazione, sulla scissione identitaria di una persona attraverso due (Adele ed Emma, appunto, come facce della stessa medaglia), è la vita, è reale, è l’incontro, la passione, l’amore e il dolore di una persona sola, e questa persona è Adele, e solo lei è la narratrice della storia, è solo grazie e tramite lei che viviamo le emozioni del film come se fosse sotto la nostra pelle.

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