Un film e i suoi attori: Dallas Buyers Club

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Da una vita e mezzo che non scrivo sul blog, torno per parlare di un film per la verità uscito da un po’ ma che ho visto solo di recente, parlo di Dallas Buyers Club del regista francese Jean Marc Vallée, già regista del mini-cult C.R.A.Z.Y. , anno 2005 e di Young Victoria, prodotto tra gli altri da Scorsese (anche se la sottoscritta non ha mai visto altro che questo di cui vado a parlare).

Poche volte come in questo caso un film è i suoi attori. Qui, in quello che si definisce “stato di gloria”, parliamo di Matthew McConaughey e Jared Leto. La loro prova dà identità all’intera pellicola, che senza la loro interpretazione probabilmente sarebbe stata più una storia drammatica qualsiasi, come è piena la produzione americana. Entrambi nominati all’Oscar, entrambi in preda a una vistosissima metamorfosi: McConaughey dimagrito di 20 e passa chili, Leto nei panni di una trans con addosso più trucco che ciccia, performance queste che da sempre impressionano i membri dell’Academy ma che questa volta non possono fare a meno di impressionare anche me.

La storia è quella, vera, di Ron Woodroof, elettricista macho texano che scopre di aver contratto il virus dell’hiv: la prima parte, forse la più drammatica, è quella della disperazione, dell’incredulità dell’avere una malattia che ingenuamente il protagonista considerava esclusiva degli omosessuali, è la parte dell’emarginazione e della consunzione fisica dietro a una diagnosi sbagliata che lo dava per morto in un mese. Entra in scena dopo qui Ray, transessuale, sieropositivo, dapprima tenuto a distanza da Ron che gli dice “qualsiasi cosa sei stammi lontano”, ma che poi, con simpatia e sfacciataggine si avvicina, fino a diventare suo socio, consigliere e amico: insieme metteranno su il Dallas Buyers Club e qui si apre la terza parte del film, quella della critica allo strapotere delle aziende farmaceutiche e del sistema sanitario incapace di affrontare un’emergenza di portata ingente come quella che colpì gli Stati Uniti (come il resto del mondo, del resto), nella seconda metà degli anni 80: il club di cui si parla è quello che spacciava farmaci illegali per quanto più utili di quelli che venivano adoperati ai tempi nella cura all’AIDS che senza tale circuito sarebbero stati inaccessibili ai più.

A livello di regia quasi mai s’intravede un lampo di genio, Vallée ha uno stile contemporaneo senza infamia e senza lode, certo ci riserva qualche bel momento (la stanza piena di falene, scena narrativamente inutile ma visivamente eccezionale), ma più che altro si limita a restare attaccato ai suoi attori senza i quali sa bene che sarebbe perduto: la maturazione e la presa di coscienza del protagonista avviene in maniera totalmente naturale, da migliore tradizione d’actor studio, e stupisce davvero quanto McConaughey arrivi ad aderire al suo personaggio attraverso anche una sua maturazione attoriale che ha del sensazionale (solo per citare, altri tre film recentissimi in cui è eccezionale: Killer Joe di Friedkin, Magic Mike di Soderbergh, Wolf of Wall Street di Scorsese). La sceneggiatura è ben impiantata e qualche volta, specie grazie al personaggio di Ray, ci strappa qualche risata.

Un film da zero retorica e molti pugni nello stomaco, da ricordare quasi Boys don’t cry che valse infatti l’Oscar alla sua metamorfizzata attrice protagonista Hilary Swank, decisamente da vedere tutto d’un fiato per godere a pieno della scintillante naturale bravura dei suoi protagonisti.

No – i giorni dell’arcobaleno

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Larraín chiude la sua trilogia sul Cile (i precedenti erano Tony Manero e Post Mortem) con questo film, storico, ma più che storico autobiografico, poiché racconta un periodo vitale per tutta la sua nazione: il 1988, anno in cui, sulla scia del distendimento dell’allineamento bipolare mondiale, il Cile si sottopose al referendum nazionale che pose fine alla dittatura di Pinochet. Più precisamente si racconta l’importanza del medium televisivo nella questione, grazie ai 15 minuti di spot giornalieri accordati alla fazione per il NO (che avrebbe significato l’abrogazione del potere dittatoriale del generale), che, curati con attenzione e senza troppa drammaticità, permisero ciò che sembrava impossibile, la scelta finalmente democratica.

Post Mortem raccontava il Golpe del 1973, e lo raccontava direttamente dagli obitori straripanti di cadaveri, questo è la via d’uscita, la rinascita, la speranza dei colori, simbolo di quella campagna arcobaleno.

Interessante la scelta fotografica del viraggio particolare che rende l’illusione di un girato in video, forse dovuta anche all’inserzione di numorose scene di repertorio tra cui la stessa pubblicità su cui s’impernia l’intero film: una metafora, forse, di un’intero compromesso, quello che la sinistra dovette ‘subire’ per vincere il referendum, vendere la democrazia come un prodotto e non come un ideale, parlare con lo stesso linguaggio americanizzante di chi la dittatura l’aveva imposta vent’anni prima. Così allo stesso modo Larrain compromette le sue immagini rendendole simili a quelle televisive, mantenendo tuttavia uno stile totalmente antitetico a quello pubblicitario, un modo di muovere la macchina veramente gigantico.

Gael Garcia Bernal, protagonista assoluto, regista dello spot, se la cava benissimo in un ruolo che gli è perfettamente cucito addosso; ottima anche Antonia Zegers (già vista, con Alfredo Castro, nel precedente film).

Il grande limite del film è, a mio parere, la sceneggiatura che, per quanto condita di dialoghi gustosi, soffre un tantino di didascalismo nel respiro generale, un’apprensione costante agli eventi che non lascia troppo spazio alla riflessione dello spettatore, cosa che invece, a mio parere, per un film così merita molto più spazio; non si pone molta attenzione al rispetto del climax che viene velocemente sciolto, dopo averlo molto fomentato durante la prima parte. Un po’ di sbilanciamenti, dunque, dal punto di vista narrativo, ma Larrain si riconferma un genio nella gestione del suo spazio filmico, che gli è infatti valso una candidatura all’Oscar come migliore film straniero, quest’anno. La prima per il Cile e per un cineasta che ha molto da dare.

Quando il cinema buono vince: Il Lato Positivo

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L’unico modo per assecondare la mia follia era fare una follia

Reduce da drammi coriacei e, alcuni, cattivelli, di quelli che sono usciti in questi primi mesi dell’anno, il bisogno di leggerezza imperat e questa settimana fa proprio per me, in quanto sono usciti due bei godibili filmoni americanoni, di quelli che ti fanno da una parte divertire e sentire malavitosa interiormente (Spring Breakers), dall’altra, credere ancora che qualche bel sentimento giri ancora per il mondo: questo è il film di cui vi vado a parlare adesso, di David O’Russell, Il Lato Positivo – Silver Linings Playbook, tratto dal romanzo di Matthew Quick L’Orlo Argenteo delle Nuvole.

Il film parte bene con questo personaggio, Pat, interpretato da  Bradley Cooper, affetto da disturbo bipolare, con una condanna per aggressione all’amante della moglie, talmente sfocato da rimanere a fuoco per tutto il primo tempo, in una famiglia che a tutti gli effetti è ordinaria ma che possiede nelle sue routine proprio il seme della loro stessa pazzia (i rituali ossessivo-compulsivi del padre De Niro) . Jennifer Lawrence entra in scena dopo, con il suo personaggio, Tiffany, tipicamente borderline, che cerca di concupire con scarsi risultati il buon Pat.

Il film aveva fatto incetta di nomination all’Oscar (otto, se non sbaglio) e ne ha portato a casa solo uno, quello per Migliore Attrice a Jennifer Lawrence. Ma il cast è tutto in gran forma (e non parlo solo di forma fisica, anche se Jennifer è in questo senso una dea dell’Olimpo e il buon O’Russell non manca di farcelo vedere ogni volta possibile…), a partire da Bradley Cooper protagonista maschile che forse con questo film fa il grande salto ad attore “di qualità” – e poi mi viene in mente la sua comparsata in un episodio di Sex and The City in cui faceva il matto di gelosia totale con la Sarah Jessica Parker, e penso che forse si è solo chiuso un ciclo con un personaggio, volendo, simile a quella comparsata nella serie tv più famosa d’America. Ma il vero shock quanto a attori ce lo dà Robert De Niro, che insieme a Jacki Weaver forma una coppia di genitori strepitosa e scoppiettante, appena entra in scena lui, la risata è assicurata e infatti per tutta la prima parte del film la sottoscritta non ha smesso mai di ridere.

Grazie a dio O’Russell stavolta ci risparmia Wahlberg come protagonista e al film secondo me giova molto: The Fighter alla sottoscritta non aveva fatto impazzire a livello attoriale e per quanto spesso si converga su certe scelte – la cittadina, l’ossessiva presenza della famiglia – Il Lato Positivo si sgancia da tutta una serie di cliché che nel precedente rendevano la visione ridondante sia nel tema che nella realizzazione; in questo senso il film è lieve e certamente godibilissimo.

Nonostante ciò, comunque, parlare di “film dell’anno”, come ho letto da qualche parte e soprattutto sulla locandina del film, mi sembra azzardato in quanto alla fine, dopo la prima scoppiettante ora, rientra perfettamente negli standard da commedia dalle tinte rosa shocking mandando a benedire tutta l’introspezione psicologica che c’era a monte, che era stata gestita in sceneggiatura veramente in maniera divertente e comunque non superficiale.

 

Re della terra selvaggia – la magia sta nell’equilibrio

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Quando tutto è silenzio vedo ciò che mi ha creato volare intorno in pezzettini invisibili e capisco che sono anche io un pezzettino di un grande, grandissimo Universo.

E’ finalmente uscito il film presentato a Cannes e vincitore al Sundance Film Festival del 2012, Beasts of the Southern Wild, in italiano Re della Terra Selvaggia, produzione indipendente e opera prima del regista Benh Zeitlin.

Il film è ambientato in un prossimo futuro distopico, nella zona paludosa dei delta della Louisiana chiamata “La grande vasca” abitata da una popolazione che ha qui instaurato una sorta di “comune” al di fuori della società, in comunione con la natura.

Ma la natura sta diventando ostile a causa proprio di quella società dalla quale i Bayou cercano di fuggire: lo scioglimento dei ghiacci e il conseguente innalzamento del livello dei mari sta minacciando di distruggere il loro ecosistema e la loro vita.

La piccola Hushpuppy (la piccola attrice di nove anni Quvenzhané Wallis , la più giovane mai candidata all’Oscar) vive col padre Wink (Dwight Henry) qui e la sua giovane età le impone l’adattamento all’ambiente, che il padre cerca di insegnarle, ma la bambina già da sé sembra essere estremamente attenta alla natura, in una comprensione dell’Universo che trascende l’Umano, per questo Hushpuppy ascolta i battiti del cuore degli esseri umani e coglie le profonde coincidenze del creato nei suoi monologhi che molto ricordano quelli dei personaggi degli ultimi film di Terence Malick cui evidentemente il regista s’ispira per la sceneggiatura.

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Un film ragionato e ispirato anche e soprattutto dal punto di vista visivo: bellissima la fotografia nonostante la pellicola sia in 16mm e non in 35mm, un lavoro magistrale con la mdp molto vicino al dogma ma senza tutta la sua pretenziosità, come se il regista si proponesse solo di filmare come si vede, e grazie a questo modo di vedere instabile esprimere la fragilità della natura e dell’uomo. Paradossalmente i protagonisti del film dimostrano di avere più paura dell’uomo che della natura: fuggono dai medici degli ospedali e combattono gli uragani coi fucili a pompa, un messaggio forte che viene lanciato dal film, quello ambientalista, lanciato come la bomba sulla diga, da mani giovani che nel film sono quelle di Hushpuppy ma che nel mondo sono quelle delle nuove generazioni, per far defluire tutto il putrido che fa morire il nostro pianeta.

La colonna sonora originale tra l’etnico e la grande melodia, musicata tra gli altri proprio dal regista stesso, è qualcosa di eccezionale che si avverte subito nella sua potenza fin dall’incipit.

In buona tradizione neorealista Zeitlin sceglie gli attori sul posto tra non professionisti e decisamente sceglie bene, è anche grazie all’espressività del volto della piccola Hushpuppy che il film riesce a rendersi maestoso parlando di piccole cose, e soprattutto attraverso gli occhi di una matura infanzia.

Anche se non è possibile non notare qualche piccolo buco di sceneggiatura qua e là, sono proprio quelli che rendono tutto così etereo, inafferrabile se non a un più alto livello di lavoro intellettivo, tutto così magico da poterci insegnare che le connessioni tra cosa e cosa sono veramente qualcosa di tangibile, anche e soprattutto dagli occhi dei più piccoli esseri.

Zero Dark Thirty – la guerra è lentezza

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Cari lettori perdonatemi per scrivere così poco ma oltre al fatto che questa settimana sono stata impegnata con gli esami all’università, si aggiunge la mia totale sfiga con l’adsl, infatti da circa una settimana ho una connessione parecchio altalenante… Comunque oggi voglio parlarvi di Zero Dark Thirty, nuovo film di Kathryn Bigelow, già regista di The Hurt Locker.

Il film l’avevo atteso moltissimo, tanto che il primo giorno di proiezione mi sono catapultata in sala a vederlo, sarà perché avevo amato Jessica Chastain in Tree of Life di Malick, sarà perché alla fine la storia raccontata è “familiare” a tutti: nel film si raccontano infatti i retroscena e le operazioni d’investigazione che hanno portato al ritrovamento e all’uccisione di Osama Bin Laden (il titolo si rifà appunto al gergo militare, che conia queste parole per definire un’operazione svolta durante l’orario notturno dopo la mezzanotte e mezza).

Un impianto quasi documentaristico, perfettamente coerente e temporalmente progressivo: l’incipit con le telefonate e i rumori dal World Trade Center l’aveva già pensato Michael Moore in Fahrenheit 9/11, e tra l’altro tale incipit rappresenta anche il punto più emozionante del film, che per il resto ci appare didascalico e un tantino ridondante.

Certo, realistico: ottima la scelta delle location e anche la fotografia (del resto la regista sapeva già come muoversi dopo The Hurt Locker, che pure era ambientato nelle zone belliche dell’Iraq) , ma di certo nella sceneggiatura si avverte tutta la pesantezza della lentezza delle operazioni che hanno portato al colpevole degli attentati del settembre 2011, e anche la risoluzione finale degli eventi non appare così folgorante (anche se certo girata impeccabilmente) o toccante come per tutto il film ce l’aspettavamo: nonostante i molti eventi che avvengono,  si avvertono come se fossero “ovattati” dalle stesse scelte di regia, che solo un paio di volte ci mostra l’azione e anche nel finale si tiene calma, contenuta.

Insomma, il film è buono e sono sicura che avrà la sua schiera di sostenitori, ora e soprattutto tra qualche giorno agli Oscar, ma c’è qualcosa che non mi ha convinto, a partire dall’estrema frammentazione della narrazione in svariati nuclei tutti con una didascalia luogo-data che spesso risulta difficile da seguire e da collegare nel contesto generale.

Jessica Chastain è brava (già ha vinto un Golden Globe, è candidata all’Oscar) anche se non ha tutto il carisma che il suo personaggio dovrebbe possedere, e in generale il cast non mi è sembrato troppo coinvolto.

Molti hanno criticato il film per le scene di tortura, definendolo pro-bellico e filoamericano: mi sento di rispondere che, in primis, non viene mostrato nulla di sconvolgente nelle scene di tortura e se dovesse avviene tutto fuori campo, e in secundis, questo molto apprezzabile, per quanto sì, filoamericano, non si vergogna a lanciare una denuncia contro le attività di tortura dei militanti di Al Quaeda da parte dei militari americani in Iraq e Pakistan, quindi il farle vedere nel film non è di certo atto a sostenerle.

Insomma più che un “filmone” un “documentarione”, realistico all’eccesso, con tanti rimandi spaziali e temporali differenti), concentrandosi però, anziché sulla parte politica della vicenda Bin Laden, sulla parte militare, svelandone i retroscena e anche gli inghippi burocratici.

Interessante, ma fino a un certo punto, ohimé.

The Impossible – uno tsunami di banalità

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Certo, era quasi impossibile non essere fatalmente attratta, per me, da un film ad alto contenuto di tragedia e di catastrofe, per via di quella propensione al sadismo che diventa anche masochismo specie se la storia è tratta da un fatto realmente accaduto,  piccola prerogativa che mi ha fatto tanto amare il Titanic, ad esempio. Ma sarà che a piangere gratis mi sono rotta le scatole, o sarà che certo questo film non è il Titanic, che di emozioni ne sono scaturite ben poche, e il giudizio impietosamente negativo è dietro l’angolo.

A parte il fatto che ancora non ho visto un solo film italiano quest’anno (aspettando Educazione Siberiana di Salvatores…), a me ‘ste americanate mi hanno veramente saturato l’immaginazione.

Come il trailer ben racconta, trattasi di una “storia vera” di una famigliola che suo malgrado dall’allegro villaggio turistico si ritrova ad avere che spartire con la catastrofe naturale, lo tsunami del 26 dicembre del 2004, che li separerà facendoli credere morti l’un l’altro.

Da un lato sento che non vi erano cattive intenzioni nel raccontare questa storia, ma subito fa capolino in me l’idea che in realtà si utilizzi una storia dalla lacrima facile su di una realtà molto più tragica e molto più variegata quale era stata quella della zona del sud est asiatico in quei giorni, una poca rendita di giustizia agli eventi, alla gente del posto (che alla fine sono stati i più colpiti dall’intera catastrofe), a favore di, come sempre, un’occidentalizzazione del tutto che non porta da nessun’altra parte se non ai soldi facili. Perché è chiaro, lo tsunami è stato il secondo evento dopo il crollo delle Torri gemelle a far gelare il sangue nelle vene al mondo intero nel ventunesimo secolo, ha toccato la sensibilità di molte persone anche se non vi erano personalmente coinvolte, ed è facile, molto facile, secondo me, giocare così con i drammi mondiali.

Naomi Watts e Ewan McGregor stanno al gioco anche se forse la parte più importante la giocano i tre bambini in questo film, sulla quale coscienza si gioca tantissimo, specie su quella del fratello più grande, Lucas, forse unico personaggio vagamente più caratterizzato anche grazie alla bravura del giovane Tom Holland. Di certo l’Academy non ha resistito a nominare la Watts all’Oscar per il ruolo di una moribonda: io l’avrei menzionata solo per la scena in cui cita se stessa in The Ring (non  spoilero perché potrebbe essere la parte più divertente del film!). Piacevole il cammeo di Géraldine Chaplin anche se un tantino inutile.

La sceneggiatura, l’avrete capito, non è particolarmente ispirata e tra una banalità e l’altra si arriva a un finale che, quantomeno, ci risparmia le solite didascalie finali che invece mi aspettavo belle e pronte ad essere lette con un fazzolettino in mano, piacevolmente sorpresa da quest’assenza.

Salviamolo nella chiave del significato assoluto, una critica ai nonluoghi – villaggi vacanza nella fattispecie, dove la felicità è fittizia e suscettibile degli eventi, verso il ritrovamento della “povera felicità” che risiede, come diceva Socrate, nella virtù e non nelle ricchezze.

Ma avverto l’estrema forzatura di questa lettura anche adesso che l’ho appena scritto.

Un saluto e a presto…domani nuove gustose uscite al cinema 😉