49° Mostra Internazionale del Nuovo Cinema – Pesaro

Immagine

Sono appena tornata da una 3 giorni al Festival del Cinema di Pesaro, una città accogliente con un gran gusto per il cibo (ohimé) e per la cultura, specie per quella cinematografica.

Sono arrivata al terzo giorno, il 27 giugno, quindi non ho potuto apprezzare a pieno il concorso anche se ho avuto la fortuna di assistere alla proiezione del film vincitore della Mostra, il rumeno Matei Child Miner, della regista esordiente Alexandra Gulea. Il film è un toccante ritratto di un bambino di campagna, Matei, ribelle e anche orgoglioso, che fugge per andare a scoprire il mondo a Bucarest: un ritratto che fa molto pensare a quello che Truffaut aveva disegnato nell’Antoine Doinel de I Quattrocento Colpi ma che la regista “adatta” al suo paese, alla Romania, tra tradizione e progresso, tra povertà e necessità di riscatto.

Altri appuntamenti molto interessanti del festival (direttore artistico, da tredici anni a questa parte è Giovanni Spagnoletti) sono stati quelli sul cinema sperimentale, presenti nelle sezioni “Fuori Norma” e “Round Midnight”. Nella prima si esplorava la via sperimentale del cinema italiano: in questa sezione ho potuto assistere alla proiezione di Vedozero, di Andrea Caccia, una via di mezzo tra narrazione e documentario, girato (nel 2009) interamente da diciassettenni liceali tramite dei cellulari, un’educazione al “vedere” oltre che un semplice excursus sulla vita dei giovani italiani: questa, anzi, il regista si astiene assolutamente dal commentare, l’occhio e soprattutto la mano che dirige la fotocamera del telefonino dei ragazzi la fa da padrona, prende punti di vista inaspettati, distrugge il cinema dall’interno e al contempo lo rende popolare, lo esalta (una scena, su una giostra, girata da una ragazzina, è praticamente la versione povera di quella che girerà, tre anni dopo, Salvatores in Educazione Siberiana, se non è un prodigio cinematografico questo!): questo film per me è stata la proiezione più stimolante e interessante dell’intero festival. Nella stessa sezione un altro documentario, Terramatta, di Costanza Quatriglio, che porta su schermo il diario di una vita di Vincenzo Rabito, analfabeta siciliano, attraverso due guerre e settant’anni di storia italiana.

Per l’altra sezione, Round Midnight, ho potuto vedere la retrospettiva sul videomaker Francesco Lettieri, del quale se riesco lascio un bellissimo video qua sotto. Interessante il suo uso di montaggio e postproduzione, senza lasciare mai “da sola” l’immagine ma arricchendola di significati e sfumature grazie a un sapiente uso del digitale.

Video:

https://vimeo.com/50060420

Il focus del festival quest’anno era tutto sul cinema cileno, di cui già avevo parlato col post su No – I giorni dell’arcobaleno, di Pablo Larrain. Ho avuto occasione di approfondire con altri registi, come Alejandro Fernandez Almendras, Huacho è un film sulla povertà nel Cile odierno, quattro storie di una famiglia che vive del lavoro delle proprie mani, ambizioni e fatica. Sulla stessa linea il film El Año Del Tigre di Sebastian Lelio, che racconta una storia di libertà dopo il terribile terremoto che ha colpito nel 2010 alcune zone del Cile. In entrambi i film, a basso budget, la macchina da presa è a spalla ed è nervosa, sta appiccicata ai personaggi senza lasciarli un momento, estremizzazione del lavoro fatto da Larrain nel film già citato uscito nelle nostre sale ad aprile, fotografie sovraesposte e giallastre, dove non c’è spazio per grandi paesaggi poiché il volto umano è padrone. Per entrambi i film sono stati utilizzati attori non professionisti, e i registi hanno dichiarato in conferenza stampa di ispirarsi da una parte al Neorealismo italiano e dall’altra al cinema iraniano, quello di Abbas Kiarostami, ad esempio. Terzo film cileno, sempre di Lelio, è quello che ha chiuso il festival: si tratta di Gloria, presentato al Festival di Berlino, da dove ha portato a casa un Orso per l’interpretazione femminile di Paulina Garcia. Questa storia è molto diversa sia per come è girata che per contenuti: ci si concentra su una società più benestante, borghese, quella che vive nella capitale. Lelio è capace di sfaccettare perfettamente un personaggio femminile di mezza età, goffo ma anche indipendente, in maniera ineressante e articolata. Interessante la scelta delle musiche, per lo più non originali, tra cui spicca una bellissima interpretazione de Las Aguas de Março (canzone epica di Tom Jobim e Elis Regina!). Il film uscirà nella prossima stagione in Italia, distribuito dalla Lucky Red.

Finito il mio excursus su questa bellissima esperienza a cui mi ha permesso di partecipare l’Università di Pisa. Da annoverare un’unica delusione: il film italiano in concorso, Non lo so ancora, di Fabiana Sargentini, che si avvale della collaborazione di nientedimenoche l’ottantanovenne Morando Morandini, al suo esordio nel cinema dopo una vita passata a criticare i film altrui. Si affronta il tema, già visto nel recente film Miele, di Valeria Golino (recensito qui), del rapporto tra generazioni, l’incontro tra una donna di trent’anni (Giulia, interpretata da Donatella Finocchiaro) ed un uomo di ottanta (Ettore, il più convincente del cast, Giulio Brogi). Ma il film manca di ampio respiro, prodotto coi fondi del comune di Levanto, in Liguria, presumo, si limita quasi ad essere una cartolina di questa località turistica, ampi i buchi di sceneggiatura che rendono il tutto una vaga fiera della banalità, senza sale, con dialoghi banali e situazioni assurde, inutili anche gli inserti ad acquarello. Dispiace che il grande critico, al suo esordio, lo faccia con un film di tale scarso spessore.

Cari lettori, temo che con l’estate ci sentiremo un po’ meno, i buoni film al cinema scarseggiano e le boiate come World War Z non penso che meritino troppo di essere dettagliatamente recensite (in ogni caso, mi lascio il riserbo di pensarci, l’ho visto ieri sera, potrebbe venirne fuori qualcosa).

A presto!

Irene

Annunci