Che strano chiamarsi Federico! – Il racconto dell’amico Scola

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Oggi vorrei parlare di questo nuovo film del maestro Ettore Scola. In verità non avevo pensato di parlarne e di recensirlo, ma dando un’occhiata qua e là in internet ho notato che ci sono ancora poche recensioni e siccome credo che il film meriti davvero molto la visione, per quanto distribuito non molte sale, vi consiglio di andarvelo a cercare motivo in più se siete degli affezionati felliniani, è un’ottima chicca.

 

Inizia con un verso di Federico Garcìa Lorca che gli dà anche il titolo il bio-documentario, fuori concorso alla 70° Mostra del cinema di Venezia, di Ettore Scola su Federico Fellini. Scritto in collaborazione con le figlie Paola e Silvia Scola e con il nipote Tommaso Lazotti (nel film anche attore), Scola qui non si limita a raccontare la vita del grande regista scomparso nel 1993 (il film è una produzione dell’Istituto Luce per celebrare infatti il ventennale della morte), ma la arricchisce di particolari, di dettagli che solo lui poteva ricordare, dato che conosceva Fellini dal dopoguerra, quando entrambi erano poco più che ventenni e collaboravano alla rivista satirica il Marc’Aurelio, a Roma.

Due storie simili in tutto e per tutto, quelle dei due grandi registi, tanto che si intersecano ripetutamente, dalla carta stampata alla sceneggiatura e, poi, al cinema, verso quello d’autore, e non aveva senso raccontare una storia senza l’altra, Scola non è stato autocelebrativo, non fa ombra a Fellini nel film: lo spalleggia, traspare netta la sua stima per l’uomo e per l’artista del quale probabilmente da giovane vedeva le orme e vi si innestava sopra, seguendole.

Vari i richiami ai film del regista romagnolo, alcuni espliciti, con vari inserti (di più nella parte finale), altri più fini, che fanno riferimento diretto all’immaginario del regista: i giocolieri, le donne, i tanti personaggi di cui Scola ha deciso di costellare il film, come il Narratore (Vittorio Viviani), uscito pari pari da Amarcord, del quale si rivendica l’autorità in una gag d’umorismo quasi d’avanspettacolo (“No, il Narratore non paga!”), o la prostituta (Antonella Attili), che sembra proprio la stessa di una delle prime sequenze de La Dolce Vita.

Il set stesso è qualcosa di profondamente felliniano, è il Teatro 5 di Cinecittà, “casa” di Fellini, dove ha girato tutti i suoi film o quasi, e dove è stata allestita la camera ardente prima dei funerali e dove è palesemente allestito anche il commovente finale; un set che si mostra teatralmente più volte durante il film, in un omaggio al cinema stesso oltre che a uno dei suoi grandissimi rappresentanti.

Il film si può dividere in due parti: la ricostruzione del periodo al Marc’Aurelio, che vede protagonisti entrambi i nipoti di Ettore Scola, non professionisti ma che se la cavano decisamente bene, rispettivamente Tommaso e Giacomo Lazotti nei ruoli di Federico Fellini e Scola stesso, una ricostruzione votata all’umorismo con aneddoti divertenti, quasi completamente in fotografia b/n. La seconda parte invece, oltre a pescare qua e là immagini di repertorio vede l’apparizione, tra i tanti, di Sergio Rubini, nel ruolo di un “Madonnaro”, un artista di strada, tipo umano cui Fellini era molto affezionato per sua stessa ammissione.

Un film che nelle atmosfere certamente fa respirare molto bene il clima allegro e malinconico dei film di Fellini e in generale degli anni 40 e 50, quelli dell’avanspettacolo, per cui chapeau al maestro Scola che ci ha regalato per un’altra ora e mezzo la possibilità di poter rivivere la magia circense dell’immaginario di Federico Fellini.

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Il cinema sociale: La Nave Dolce di Daniele Vicari

 

Daniele Vicari, dopo neanche un anno da Diaz – non pulite questo sangue, film-verità sul pestaggio alla scuola Diaz durante il G8 di Genova, torna con un documentario, La Nave Dolce, che racconta la storia della nave Vlora e di chi su di essa era a bordo l’8 agosto 1991: 20000 persone che dal porto di Durazzo, in Albania, cercavano disperatamente una via di fuga verso la vanagloriosa Italia, attraversando il loro proprio “muro di Berlino”: il Mar Adriatico.

Il film è “commissionato” a Vicari dall’Apulia Film Commission nel 2011: la Regione Puglia voleva infatti commemorare il ventennale dei primi sbarchi albanesi, avvenuti nel marzo/aprile 1991 a Brindisi.

Il documentario in realtà non è molto diverso dal film Diaz: entrambi sono molto narrativi, entrambi raccontano storie di individui e non si limitano a narrare i fatti ma esplorano nei sentimenti, entrambi si sviluppano in cinque atti in un crescendo di drammaticità, come una vera e propria tragedia, che in Occidente da sempre racconta eventi epocali: è così che Vicari vede infatti l’arrivo della Vlora, un cambio di direzione anche della stessa Italia: non più Paese migrante ma Paese in cui emigrare; Paese di confine tra il comunismo dell’est e la frontiera capitalistica dell’ovest.

E’ apprezzabile la scommessa di Vicari, che decide di realizzare un documentario invece che un film narrativo: per quanto narrativo, infatti, è abbastanza certo che richiamerà sempre meno pubblico di altri generi cinematografici.

I testimoni-attori sono puntualmente scelti, tra di loro vi è anche un volto noto, quello di Kledi Kadiu, ballerino dei primordi della De Filippi, che era a bordo della nave Vlora, e quello di Robert Budina, regista.

Notevole  anche il lavoro d’integrazione del materiale di repertorio, reperito sia negli archivi televisivi italiani sia albanesi (le prime riprese in 8mm in b/n sulla partenza della nave), e gran parte del merito va anche agli operatori delle tv, che spesso trasformano le riprese di routine, quelle della nave stracolma, o degli uomini ammassati sulle banchine del porto di Bari, in riprese veramente cinematografiche: vengono in mente i primi piani, da Vicari sapientemente inseriti nella seconda parte del film, e l’ultima inquadratura, quella di una bambola di pezza raccolta per terra nello stadio vuoto da un volontario, dalle quali si evince una progressiva opera di “umanizzazione” della vicenda, del singolo essere umano, a indicare probabilmente anche il percorso interiore che il nostro Paese deve fare per integrarsi con i migranti, che al momento in Italia sono 6 milioni.

Il film stimola comunque reazioni forti, a mio parere, in due sensi a livello di immedesimazione spettatoriale: nel primo senso il ‘non mi potrebbe mai succedere’: la paura o la pietà, contro l’uguaglianza del secondo senso ‘su quella barca potevo esserci io’ su cui Vicari insiste tantissimo, come gruppo, come collettività, come solidarietà, contro ogni forma di pietismo gratuito.

Ma fa piacere come il sociale rientri così spesso tra le tematiche di un regista giovane e attivo come Vicari, che si trovino i finanziamenti per produrlo e per fare dei nomi (finalmente, non come nell’ultimo di Soldini, nel quale si lasciavano parlare le statue), spesso così difficili da pronunciare nel nostro Paese.