Star Wars- Il Risveglio della Forza [spoiler, quando ce vò ce vò]

Ciao gente! Eh, chi lo avrebbe mai detto. Sì, torno a scribacchiare sul cinema (dopo accurata meditazione) e lo faccio per il film del momento: Star Wars – Il risveglio della Forza; o per gli integralisti dei titoli originali The Force awakens. Vi avviso della presenza di spoiler in questa recensione, per cui se non avete visto il film e non volete rovinarvi la sorpresa, non proseguite questa lettura (ma mi farebbe piacere se la vorreste riprendere una volta visto il film 😀 )

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Come tutti ormai ben sanno a causa dei mesi e mesi di bombardamento mediatico cui siamo stati sottoposti, si tratta del settimo capitolo della celeberrima saga ideata da George Lucas negli anni 70 (il primo film uscì nel 1977) e proseguita con un’altra saga prequel nei primi anni duemila; questo film dà così il via a una terza trilogia, che porterà a nove il numero complessivo dei film: gli altri due prossimi capitoli usciranno infatti nel 2017 e nel 2019.

Questa trilogia parte da Jakku, pianeta dell’orlo esterno, su cui vive Rey, la nuova eroina mercante di rottami qui introdotta per la prima volta, trent’anni dopo le vicende conclusasi ne Il ritorno dello Jedi.

Nella Galassia si è insediata una nuova forma di potere assoluto: il Primo Ordine, superamento dei Sith e dell’Impero, il cui scopo rimane però quello di distruggere la democrazia all’interno della Galassia per portare al potere il Lato Oscuro, combattendo con la solita Resistenza capitanata dall’ex principessa ora generale Leila Organa, che ricordiamo essere sorella di Luke Skywalker, nonché figlia del cattivo dei cattivi Darth Vader. Il cavaliere Jedi Luke si è ritirato (stile Maestro Yoda per intenderci), non si sa bene su quale sistema nascosto della Galassia, e tutti lo cercano, per contrastare la presa di potere del Primo Ordine e dei suoi nuovi cattivi, il Leader Supremo Snoke e il suo braccio destro Kylo Ren, che nel frattempo progettano una super-Morte Nera da usare come arma contro la Resistenza.

Rey incontra per caso il droide BB8 – vagante del deserto di Jakku, droide che contiene informazioni fondamentali per il reperimento di Skywalker e di proprietà di uno dei capi della Resistenza, Poe, il cui compito era di consegnarlo agli organi centrali della Resistenza e quindi a Leila Organa. Ma Poe è vittima di un incidente e l’unico in grado di portare avanti la sua missione è Finn, guardia imperiale Stormtrooper ribelle, che aveva aiutato all’inizio del film il pilota Poe a liberarsi dopo essere caduto nelle mani imperiali. Finn e Rey si incontrano così nel deserto, portando avanti la missione di Poe e aiutando così il simpaticissimo nuovo droide.

Ora che ho riassunto in modo più o meno caotico la trama, se non ve ne eravate già accorti prima, vi invito a riflettere sul fatto che seriamente la sceneggiatura sia un mero rifacimento dell’episodio IV (il primo del 77, per intenderci!). C’è tutto: l’Impero – Primo Ordine, la Resistenza, il cattivone con la maschera Darth Vader-Kylo Ren, c’è la sbarbatella Rey che ha tutto l’attitude naif di Luke Skywalker. Il più “nuovo” è a tutti gli effetti lo stormtrooper subalterno disertore Finn, per quanto ancora rimanga più un personaggio di servizio che una personalità a tutto tondo. Poi ci sono loro: i vecchi protagonisti. Torna Leila Organa, interpretata da Carrie Fisher (che peccato che riesca a muovere solamente il labbro inferiore per dire le battute però!); tornano Han Solo (Harrison Ford) e il wookiee Chewbecca (sempre interpretato anche lui dallo storico gigante buono Peter Mayhew), col loro Millennium Falcon. Tornano anche i due droidi che ci hanno accompagnato per ben sei film, C3PO e R2, anche se meno simpatici del solito; torna, alla fine del film, anche Luke Skywalker (un bellissimo e super charming Mark Hamill).
Per quanto invecchiati e un po’ zoppicanti, non si può certo negare il fascino di ritrovare dopo tanto tempo le stesse facce di trent’anni fa, questa scelta unanime di nuova partecipazione alla saga dà un senso di continuità all’opera che le rende sicuramente in credibilità e serve a reggere una storia che si annuncia importante, e di certo ancora soltanto accennata.

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Il film in sé per sé questo è: un inizio, e col botto.
Le scene d’azione si rincorrono una dopo l’altra, pochi i momenti in cui si riesce a calmarci e pensare e prender fiato da una vicenda fittissima di avvenimenti e di personaggi a cavallo tra il vecchio e il nuovo.

E approposito di personaggi, vorrei qui aprire una discussione su quello di Kylo Ren, il nuovo cattivo-sosia di Darth Vader, interpretato da Adam Driver ormai sulla cresta dell’onda.
Kylo è un cavaliere di Ren, una sorta di nuovo ordine Sith ricostituito con il Primo Ordine e rispondente ai comandi del Leader Supremo Snoke. E’ il figlio di Leila e di Han Solo, e venne educato alla Forza dallo zio Luke, che intendeva così ricostituire l’ordine dei Jedi. Ma Kylo, che porta il vero nome di Ben Solo, nutre un’ossessione per la figura del nonno Anakin Skywalker/ Darth Vader e per le sue gesta nel Lato Oscuro della Forza, anche Ben ne viene così affascinato tanto da tradire e uccidere i suoi compagni Jedi e schierarsi dal Lato Oscuro, provocando il ritiro di Luke Skywalker.
Ma nel film è palese la sua attrazione verso il lato positivo della Forza, al contrario del nonno. E’ un personaggio tormentato, che si svelerà probabilmente molto di più nei prossimi episodi. Un personaggio ancora in formazione che a mio avviso interpreta in modo impeccabile Adam Driver, faccia giovane e accattivante, un volto che esprime un tormento potente, quasi una rabbia adolescenziale portata ai massimi livelli, è ciò che a mio avviso caratterizzerà maggiormente questo personaggio nei prossimi episodi. Un personaggio che adesso è colpevole, che si è macchiato di un delitto che lo ha direttamente scansato dalla mia classifica personale dei cattivi dopo Scar del Re Leone (se vi ricordate chi faceva fuori Scar, e il trauma infantile che vi ha provocato…).

La nota dolente va al passaggio al timone di questo baraccone galattico itinerante: l’entrata JJ. Abrams alla regia al posto del nostro George Lucas sembra più traumatica del previsto. Ci eravamo già abituati ad altri registi al posto di Lucas nella direzione dei film: già l’Impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi non erano diretti da Lucas, ma rispettivamente da Irvin Kershner e da Richard Marquand. Ma qui è diverso. I primi due vivevano a tutti gli effetti all’ombra del maestro Lucas, qui Abrams, come da titoli di testa, si basa su personaggi inventati da George Lucas, ma la produzione è Disney, (che ha acquisito la LucasFilm nel 2012) e lo si percepisce in ogni fotogramma, oltre che nella fastidiosa baracca imbastita per l’occasione tra gadget e advertising. Non dimentichiamo che Star Wars versione “originale” anni 70 fu una scommessa, un’intuizione per la quale Lucas si ipotecò la casa, l’invenzione del post-western, la fantascienza pop che diventò di culto negli anni 80. Questa è la riproposizione di quel mondo, un’operazione finemente commerciale, un film industriale a tutti gli effetti, costato 200 milioni di dollari, va da sé che quindi, in teoria, sia pensato per piacere ad ogni tipo di pubblico, dai bambini agli anziani (il IV film, primo in ordine cronologico, Una nuova speranza, era costato circa 11 milioni).
Da qui tutte le falle del film: una sceneggiatura a tratti incerta, che cade in delle battute ridicole e incespica in alcuni buchi evidenti, come quello della mancanza di ogni necessità di addestramento alla Forza nei personaggi di Rey e Finn. E approposito di Rey e Finn: una buona dose di “buonismo” alla Disney nella scelta di una donna e di un personaggio di colore, non di certo sbagliata, ma talmente ben oculata da cadere nel furbetto. Tornando al nostro JJ. Abrams, è un regista che incarna la nuova-nuova Hollywood, che si nutre di quella vecchia come Hollywood ha sempre fatto coi suoi periodi d’oro. Aveva già fatto Mission Impossible, Star Trek, Super 8, ed è forse maggiormente celebre per essere il pensatore maghetto dietro la serie televisiva Lost. Le eco televisive si fanno infatti molto sentire dentro questa saga, a partire dal montaggio frenetico che non ha nulla dei tempi lunghi e spesso paesaggistici di Lucas; le stesse eco rendono tuttavia più godibili e leggibili in senso narrativo le numerosissime scene d’azione, che altrimenti potevano risultare ripetitive; si finisce tuttavia nel cliché televisivo per eccellenza, la serialità, che ci dà la voglia di scoprire e conoscere di nuovo il più saggio Luke Skywalker sulla sua isola avvicinato da Rey, ci priva del piacere della sua conoscenza con gli efferati titoli di coda subito dopo, ci rimanda non alla prossima settimana come faceva con Lost, ma a tra due anni, costringendoci a chiudere questa nostra discussione con i puntini di sospensione…

 

…al 2017.

 

 

 

fonte importantissima per questo articolo: la Jawapedia!

 

 

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I dieci film del 2012 secondo Irene

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Siamo arrivati alla fine di quest’anno e, come ogni buon blog, anche nel mio vorrei intervenire con la mega classifica dei dieci film più belli del 2012. Non che ci siano state grandi emozioni come lo scorso anno, con almeno due film da 5/5 pieno. Tuttavia, abbiamo avuto i nostri bei film anche se spesso non si è trattato di grandi autori o chissà quali prove registiche.Da notare, ho preso in considerazione i film USCITI IN SALA IN ITALIA quest’anno, da gennaio a dicembre, nonostante alcuni magari fossero stati prodotti l’anno precedente o presentati in qualche festival o usciti negli usa. Vi parlo come sempre di film usciti in sala in Italia.

Ammetto una lacuna molto grande: non ho visto Pietà di Kim Ki Duk che ha vinto il Leone d’oro a Venezia. Non lo troverete in questa classifica. Ci fosse un’undicesima posizione vi metterei Killer Joe di Friedkin, stupefacente ma non fino in fondo, e poi si sa che non amo particolarmente i film di genere…

Iniziamo. Ovviamente in ordine dall’ultimo al primo. Per il pathos!

10) Cosmopolis – di David Cronenberg: Un film di parole, tratto da un romanzo del geniale autore postmoderno Don DeLillo, parole talmente pressanti da scalvalcare pure gli eventi, da schiacciarli, congelarli, sminuirli. Il percorso di decostruzione di un uomo d’affari chiuso nel suo solipsistico mondo che ovatta non solo i rumori, ma anche le facce, le persone che stanno all’esterno, tutti potenziali nemici. Cronenberg sceglie con azzardo il protagonista (Pattinson) e indovina: è veramente in linea con tutto il film, ma mediamente tutte le interpretazioni sono buone e per un film così era veramente fondamentale. Straniante. Tra le righe pure molto cronenberghiano.

9) Diaz – di Daniele Vicari: Indubbiamente controverso, l’episodio su cui il film vuole far luce, oltre che una pagina di violenza è una pagina di disorientamento psicologico e sociale; per questo il film secondo chi scrive è apprezzabile, poiché ha in sé questo forte senso confusionale che, lasciandoci dubbi sull’evento in cui è inserita la vicenda della Diaz (in ogni caso, non si tratta di un documentario!) rafforza lo straniamento e anche l’irrequietezza dello spettatore, che esce dalla visione abbastanza disturbato.

8) EX AEQUO: Bella addormentata – di Marco Bellocchio, un film che ruota intorno agli ultimi giorni di Eluana Englaro e in particolare intorno al dibattito sulla sua morte e sull’eutanasia: il caso Englaro fa da sfondo a tre vicende indipendenti e mai è protagonista da solo. Bellocchio arricchisce il film con una regia attenta, votata al dramma che è chiamata a rappresentare, coadiuvata peraltro da un’ottima fotografia di Ciprì.

J.Edgar – di Clint Eastwood, il film biografico su J.Edgar Hoover dell’FBI, che Clint con maestria ci rende interessante nonostante si tratti fondamentalmente della storia di un tizio che ha passato la vita dietro a una scrivania. Ci sono lentezze, ma che si fanno perdonare per l’ottima recitazione del protagonista Di Caprio e per la buona sottotrama sentimentale (si avvalora la tesi che vuole Hoover omosessuale). Non buoni né doppiaggio né trucco (che hanno reso effettivamente il film macchiettistico).

7) Amour – di Michael Haneke, palma d’oro a Cannes, che forse vince anche il premio per la controversia: io stessa mi trovo abbastanza combattuta su questo film. Da un lato, un pregiudizio sempre presente sulla cattiveria del regista che non gli ho ancora perdonato per Funny Games, dall’altro, la bellezza algida, struggente, immobile di questo film, che si avvale di tre attori bravissimi (Trintignant, Riva e Huppert) per parlare di argomenti delicati come l’amore senile, la malattia, l’eutanasia.

6) EX AEQUO: La guerra è dichiarata – di Valérie Donzelli, film toccante che riesce a evitare il dramma del bambino malato di cancro con una freschezza e una semplicità inusuali e veramente poco artificiose. Un sapiente uso della videocamera (di questo si tratta, infatti) che non richiede particolari prodezze fotografiche che, se mancanti, sono ampiamente compensate da una colonna sonora azzeccatissima.

Cena tra amici – di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, sorta di remake in salsa francese di Carnage di Polanski ma più interessante, più avvincente, e soprattutto con una carneficina “vera” alla fine del film.

Vita di Pi – di Ang Lee, il blockbusterone di cui ho parlato nel post precedente e su cui non mi va di ripetermi.

5)  EX AEQUO: Moonrise Kingdom – di Wes Anderson, andersoniano al 100% tanto da risultare addirittura un po’ manierato, ma che sicuramente stupisce per una storia genuina e ingenua e per un genio visivo che si fa sempre più spazio.

Io e te – di Bernardo Bertolucci. Il Bertolucci modesto che ci piace, che si chiude dentro una cantina e dà vita a delle immagini bellissime per una storia che da sola era così e così. Scommette su attori esordienti e alla fine viene ripagato. Soundtrack eccezionale.

4) Piccole bugie tra amici – di Guillaume Canet. Nonostante le due ore e mezza non ci si stanca mai delle vicissitudini raccontante con leggerezza e freschezza di questo gruppo di amici, tra i quali spicca Marion Cotillard.

3) Un sapore di ruggine e ossa – di Jacques Audiard, probabilmente il migliore film francese dell’anno: l’ultima spiritualità possibile, in una società di fisicità, per Audiard, è l’annientamento del corpo, la mutilazione: delle persone letteralmente “a pezzi” che si ricostruiscono, fisicamente ma soprattutto mentalmente, in un’andatura narrativa a singhiozzo. Gli elementi drammatici ci sono tutti, ma non sbadatamente alla mercé dello spettatore quanto celati dietro pose dure e fredde come il ghiaccio del finale, che invece di commuovere subito fanno un lavoro più profondo, disorientano e stupiscono. Immensa Marion Cotillard, migliore attrice dell’anno, secondo me.

2) EX AEQUO Pollo alle prugne – di Marjane Satrapi. Un violinista al quale è stato rotto il violino si dà 8 giorni per morire, poiché nelle sue note vi era racchiusa l’essenza stessa della sua vita. Tra flashback e flashforward si ricostruiscono drammi e gioie della vita dell’uomo e delle persone che gli sono più care in un percorso interiore che ci porterà solo nel finale a capire la vera importanza del violino stesso. Toccante, ben architettato e ben fatto: si resta catturati e toccati nel profondo da questa triste favola in salsa mediorientale.

Venuto al mondo – di Sergio Castellitto. Miglior film italiano dell’anno, racconta una bella storia e la porta fino alla fine, con tanto di buoni colpi di scena. Castellitto non sfodera una regia dirompente ma si focalizza sulle immagini e lo fa vincendo: ci fa entrare in un mondo esteriore che è anche mondo interiore, che si riflette all’interno della coppia Hirsh-Cruz (bravi). Un dramma familiare delicato, una controparte drammatica dei Santi giorni di Virzì, un film emozionante che scuote nel profondo.

1) Detachment – di Tony Kaye.Si è creato un rapporto tutto particolare, tra me e questo film. Entrata in sala senza troppe pretese, ne sono uscita in lacrime, in preda a una devastazione interiore. Un ambiente ingenuo, quello della scuola, scopre le sue sottili e spesso infime storie di degrado e di pura cattiveria. Kaye rivela a piccole dosi la trama con grande maestria e grande capacità d’introspezione e sceglie un protagonista davvero azzeccato (Adrien Brody) che rende una prova attoriale eccezionale. Toccante, intenso, ben fatto, anche il finale è sorprendente. Secondo me un piccolo capolavoro.

Con questo vi annuncio che dall’anno nuovo terrò una piccola rubrica settimanale di cinema sulla pagina facebook del programma radiofonico L’Appartamento, di RadioInsieme di Prato, se volete mettete mi piace alla pagina, oltretutto parlano di tanta bella musica e li potete ascoltare il mercoledì sera dalle 20 anche in streaming.

Un saluto cari lettori, grazie di essere arrivati fino qui (ce vò pazienza!), e vi auguro di cuore un felice 2013! 🙂

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Irene

Love is all you need. Almeno a Natale!

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Eccoci qua a Natale, intanto auguri a tutti e spero che il cibo non offuschi completamente i vostri sensi come sta accadendo a me, che non so esattamente per quale miracolo riesco a mettere in fila qualche parola. Comunque.

Questo Natale il cinema me lo salto a pie’ pari, ma nei prossimi giorni interverrò sicuramente, visto che bramo di vedere Vita di Pi di Ang Lee, La Parte degli Angeli di Ken Loach (uscito da un po’ e mi coglie ovviamente in ritardo!) e The Company you keep di Robert Redford (ho letto di “la sua miglior regia”…).

Però, onde evitare di rimanere troppo indietro, giovedì mi sono sparata Love is all you need, il nuovo film della regista danese Susanne Bier, uscito, appunto, giovedì (a volte il mio tempismo per delle cose di cui mi importa relativamente poco mi spaventa…).

Una donna, Ida, è appena uscita da un periodo di malattia, ma non sa ancora se è riuscita a sconfiggerla. Viene tradita dal marito e la figlia Astrid si sta per sposare. E’ così, al matrimonio che incontra Philip, imprenditore di generi alimentari (arance e limoni) e padre dello sposo, che possiede una villa a Sorrento, dove il rito verrà celebrato.

La storia procede ma procede fiacca e lenta, una sceneggiatura che non si innalza mai a livelli che vanno oltre la lieve risatina, solo la fotografia regala qualche bella inquadratura anche grazie all’ambientazione italiana della costiera napoletana.

Ma tutto è zeppo di luoghi comuni, dalla trama facilmente intuibile nei suoi risvolti e addirittura nelle sue risoluzioni finali, a certa Italia che si vede nel film, fino alla caratterizzazione dei personaggi assolutamente privi di connotati psicologici forti ma reclusi alla fissità del genere (speravo un po’ di più nella protagonista femminile, ma niente!). Gli attori più giovani, che interpretano i due sposini sono assolutamente inespressivi e totalmente inefficaci nei loro ruoli.  Di italiani rivediamo il Ciro Petrone di Gomorra nel ruolo abbastanza “atipico” per la sua faccia.

Non si riscatta neanche la colonna sonora, con un That’s Amore che risuona in ogni scena un po’ come La vie en rose nei film parigini.

Insomma, inutile azzardare con un montaggio che scimmiotta la Nouvelle Vague col suo jumpcut se poi si cade nell’ovvietà e nella banalità a ogni angolo.

Insomma, la Bier è meglio che torni ai suoi drammoni e che lasci la commedia a chi sa meglio farla (Hollywood ad esempio?). Ma, a proposito di commedie sentimentali in salsa nordica, vi consiglio un film che era in concorso a Europacinema dal titolo “Love and other troubles“, di Samuli Valkama, made in Finlandia. Più scorrevole e meno banale di questo.

Buon Natale readers!!!!!! Prima di Capodanno vi posto la mia TOP FILM 2012 per cui preparatevi a criticare! 🙂