Star Wars- Il Risveglio della Forza [spoiler, quando ce vò ce vò]

Ciao gente! Eh, chi lo avrebbe mai detto. Sì, torno a scribacchiare sul cinema (dopo accurata meditazione) e lo faccio per il film del momento: Star Wars – Il risveglio della Forza; o per gli integralisti dei titoli originali The Force awakens. Vi avviso della presenza di spoiler in questa recensione, per cui se non avete visto il film e non volete rovinarvi la sorpresa, non proseguite questa lettura (ma mi farebbe piacere se la vorreste riprendere una volta visto il film 😀 )

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Come tutti ormai ben sanno a causa dei mesi e mesi di bombardamento mediatico cui siamo stati sottoposti, si tratta del settimo capitolo della celeberrima saga ideata da George Lucas negli anni 70 (il primo film uscì nel 1977) e proseguita con un’altra saga prequel nei primi anni duemila; questo film dà così il via a una terza trilogia, che porterà a nove il numero complessivo dei film: gli altri due prossimi capitoli usciranno infatti nel 2017 e nel 2019.

Questa trilogia parte da Jakku, pianeta dell’orlo esterno, su cui vive Rey, la nuova eroina mercante di rottami qui introdotta per la prima volta, trent’anni dopo le vicende conclusasi ne Il ritorno dello Jedi.

Nella Galassia si è insediata una nuova forma di potere assoluto: il Primo Ordine, superamento dei Sith e dell’Impero, il cui scopo rimane però quello di distruggere la democrazia all’interno della Galassia per portare al potere il Lato Oscuro, combattendo con la solita Resistenza capitanata dall’ex principessa ora generale Leila Organa, che ricordiamo essere sorella di Luke Skywalker, nonché figlia del cattivo dei cattivi Darth Vader. Il cavaliere Jedi Luke si è ritirato (stile Maestro Yoda per intenderci), non si sa bene su quale sistema nascosto della Galassia, e tutti lo cercano, per contrastare la presa di potere del Primo Ordine e dei suoi nuovi cattivi, il Leader Supremo Snoke e il suo braccio destro Kylo Ren, che nel frattempo progettano una super-Morte Nera da usare come arma contro la Resistenza.

Rey incontra per caso il droide BB8 – vagante del deserto di Jakku, droide che contiene informazioni fondamentali per il reperimento di Skywalker e di proprietà di uno dei capi della Resistenza, Poe, il cui compito era di consegnarlo agli organi centrali della Resistenza e quindi a Leila Organa. Ma Poe è vittima di un incidente e l’unico in grado di portare avanti la sua missione è Finn, guardia imperiale Stormtrooper ribelle, che aveva aiutato all’inizio del film il pilota Poe a liberarsi dopo essere caduto nelle mani imperiali. Finn e Rey si incontrano così nel deserto, portando avanti la missione di Poe e aiutando così il simpaticissimo nuovo droide.

Ora che ho riassunto in modo più o meno caotico la trama, se non ve ne eravate già accorti prima, vi invito a riflettere sul fatto che seriamente la sceneggiatura sia un mero rifacimento dell’episodio IV (il primo del 77, per intenderci!). C’è tutto: l’Impero – Primo Ordine, la Resistenza, il cattivone con la maschera Darth Vader-Kylo Ren, c’è la sbarbatella Rey che ha tutto l’attitude naif di Luke Skywalker. Il più “nuovo” è a tutti gli effetti lo stormtrooper subalterno disertore Finn, per quanto ancora rimanga più un personaggio di servizio che una personalità a tutto tondo. Poi ci sono loro: i vecchi protagonisti. Torna Leila Organa, interpretata da Carrie Fisher (che peccato che riesca a muovere solamente il labbro inferiore per dire le battute però!); tornano Han Solo (Harrison Ford) e il wookiee Chewbecca (sempre interpretato anche lui dallo storico gigante buono Peter Mayhew), col loro Millennium Falcon. Tornano anche i due droidi che ci hanno accompagnato per ben sei film, C3PO e R2, anche se meno simpatici del solito; torna, alla fine del film, anche Luke Skywalker (un bellissimo e super charming Mark Hamill).
Per quanto invecchiati e un po’ zoppicanti, non si può certo negare il fascino di ritrovare dopo tanto tempo le stesse facce di trent’anni fa, questa scelta unanime di nuova partecipazione alla saga dà un senso di continuità all’opera che le rende sicuramente in credibilità e serve a reggere una storia che si annuncia importante, e di certo ancora soltanto accennata.

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Il film in sé per sé questo è: un inizio, e col botto.
Le scene d’azione si rincorrono una dopo l’altra, pochi i momenti in cui si riesce a calmarci e pensare e prender fiato da una vicenda fittissima di avvenimenti e di personaggi a cavallo tra il vecchio e il nuovo.

E approposito di personaggi, vorrei qui aprire una discussione su quello di Kylo Ren, il nuovo cattivo-sosia di Darth Vader, interpretato da Adam Driver ormai sulla cresta dell’onda.
Kylo è un cavaliere di Ren, una sorta di nuovo ordine Sith ricostituito con il Primo Ordine e rispondente ai comandi del Leader Supremo Snoke. E’ il figlio di Leila e di Han Solo, e venne educato alla Forza dallo zio Luke, che intendeva così ricostituire l’ordine dei Jedi. Ma Kylo, che porta il vero nome di Ben Solo, nutre un’ossessione per la figura del nonno Anakin Skywalker/ Darth Vader e per le sue gesta nel Lato Oscuro della Forza, anche Ben ne viene così affascinato tanto da tradire e uccidere i suoi compagni Jedi e schierarsi dal Lato Oscuro, provocando il ritiro di Luke Skywalker.
Ma nel film è palese la sua attrazione verso il lato positivo della Forza, al contrario del nonno. E’ un personaggio tormentato, che si svelerà probabilmente molto di più nei prossimi episodi. Un personaggio ancora in formazione che a mio avviso interpreta in modo impeccabile Adam Driver, faccia giovane e accattivante, un volto che esprime un tormento potente, quasi una rabbia adolescenziale portata ai massimi livelli, è ciò che a mio avviso caratterizzerà maggiormente questo personaggio nei prossimi episodi. Un personaggio che adesso è colpevole, che si è macchiato di un delitto che lo ha direttamente scansato dalla mia classifica personale dei cattivi dopo Scar del Re Leone (se vi ricordate chi faceva fuori Scar, e il trauma infantile che vi ha provocato…).

La nota dolente va al passaggio al timone di questo baraccone galattico itinerante: l’entrata JJ. Abrams alla regia al posto del nostro George Lucas sembra più traumatica del previsto. Ci eravamo già abituati ad altri registi al posto di Lucas nella direzione dei film: già l’Impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi non erano diretti da Lucas, ma rispettivamente da Irvin Kershner e da Richard Marquand. Ma qui è diverso. I primi due vivevano a tutti gli effetti all’ombra del maestro Lucas, qui Abrams, come da titoli di testa, si basa su personaggi inventati da George Lucas, ma la produzione è Disney, (che ha acquisito la LucasFilm nel 2012) e lo si percepisce in ogni fotogramma, oltre che nella fastidiosa baracca imbastita per l’occasione tra gadget e advertising. Non dimentichiamo che Star Wars versione “originale” anni 70 fu una scommessa, un’intuizione per la quale Lucas si ipotecò la casa, l’invenzione del post-western, la fantascienza pop che diventò di culto negli anni 80. Questa è la riproposizione di quel mondo, un’operazione finemente commerciale, un film industriale a tutti gli effetti, costato 200 milioni di dollari, va da sé che quindi, in teoria, sia pensato per piacere ad ogni tipo di pubblico, dai bambini agli anziani (il IV film, primo in ordine cronologico, Una nuova speranza, era costato circa 11 milioni).
Da qui tutte le falle del film: una sceneggiatura a tratti incerta, che cade in delle battute ridicole e incespica in alcuni buchi evidenti, come quello della mancanza di ogni necessità di addestramento alla Forza nei personaggi di Rey e Finn. E approposito di Rey e Finn: una buona dose di “buonismo” alla Disney nella scelta di una donna e di un personaggio di colore, non di certo sbagliata, ma talmente ben oculata da cadere nel furbetto. Tornando al nostro JJ. Abrams, è un regista che incarna la nuova-nuova Hollywood, che si nutre di quella vecchia come Hollywood ha sempre fatto coi suoi periodi d’oro. Aveva già fatto Mission Impossible, Star Trek, Super 8, ed è forse maggiormente celebre per essere il pensatore maghetto dietro la serie televisiva Lost. Le eco televisive si fanno infatti molto sentire dentro questa saga, a partire dal montaggio frenetico che non ha nulla dei tempi lunghi e spesso paesaggistici di Lucas; le stesse eco rendono tuttavia più godibili e leggibili in senso narrativo le numerosissime scene d’azione, che altrimenti potevano risultare ripetitive; si finisce tuttavia nel cliché televisivo per eccellenza, la serialità, che ci dà la voglia di scoprire e conoscere di nuovo il più saggio Luke Skywalker sulla sua isola avvicinato da Rey, ci priva del piacere della sua conoscenza con gli efferati titoli di coda subito dopo, ci rimanda non alla prossima settimana come faceva con Lost, ma a tra due anni, costringendoci a chiudere questa nostra discussione con i puntini di sospensione…

 

…al 2017.

 

 

 

fonte importantissima per questo articolo: la Jawapedia!

 

 

Lucy, drogarsi fa bene, lo dice Besson.

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Il nuovo film di Besson è un brodolone metafisico-urban-fantasy come il suo stile ci ha abituati, rientra in effetti nella sua lista di super-donne, dopo Nikita e Liloo de Il Quinto Elemento, questa Lucy/Scarlett, studentessa rocker che per colpa di fidanzato con le mani un po’ troppo in pasta si ritrova suo malgrado con della droga nello stomaco che riesce a farle acquisire il dominio sul 100% della propria materia cerebrale.

Certamente il film visto con gli occhi della scienza ha delle forti inclinazioni sul versante trash, a partire dagli effetti speciali prima alla Matrix (la Johansson dopo la prima botta inizia a camminare sui muri) e poi alla Godzilla (emette raggi di luce dalla bocca, non riesco a pensare ad altro che al lucertolone); visto con gli occhi di chi guarda lo schermo e ci si incanta dentro, però, il film ha i suoi bei lati positivi. In primis, non ci si annoia. Non è cosa da poco: Besson fa bene il suo lavoro e anche se la sceneggiatura, già mezza scopiazzata da Limitless di Neil Burger con Mr. Bradley Cooper, prende qualche piega infelice di quando in quando, tra passaggi un po’ forzati e dinamiche un tantinello ripetitive, come l’alternarsi dello spettacolo-Lucy alle lezioni di anatomia cerebrale del Morgan Freeman Science Show (come non credergli dopo tutto quel lavoro a Discovery Channel – lo preferivo quasi quando si spacciava per Dio…), riesce comunque bene con un ritmo serrato e il montaggio sfrontatamente e didascalicamente intellettuale a tenere sempre accesa l’attenzione dello spettatore.

Come al solito Besson mette quintali di carne al fuoco senza poi riuscire troppo a concludere, colpa anche di alcuni personaggi-fronzolo di troppo (il poliziotto: aiutatemi a capirne l’utilità) che non aiutano a focalizzare l’attenzione sulle scene-madri, tipo quella del computer organico che resta quasi un grande interrogativo a causa delle tamarre sparatorie franco-coreane (approposito, il cattivone è interpretato da Choi Min-sik, il fu l’Oldboy di Park Chan-wook) fuori dalle porte della Sorbonne, che lo fanno tanto assomigliare alla roba stile Dan Brown, Codice Da Vinci e giù di lì.

Il fatto che il film sia un poutpourri ce lo fanno intuire anche le citazioni che ho già utilizzato: si va dalla fantascienza d’intrattenimento mostruoso, a quella più colta ma sempre popolare, fino a arrivare a strizzare un occhio al Kubrick di 2001 per la scena con la scimmiona Lucy e le allucinanti sequenze finali e il Malick del parimente metafisico Tree of Life per quella coi dinosauri e la creazione del Cosmo.

Questa pretenziosità lo rende almeno più antipatico del Quinto Elemento, che pure aveva molti più elementi positivi rispetto a questo, anche se gli gravavano addosso i limiti tecnologici della grafica computerizzata, e pure avendo pretese universalistiche non tendeva a fornire risposte assolute per domande assolute.

E’ per questo che mi voglio limitare a una lettura superficiale del film, la più superficiale che si possa fare: per capire il mondo, we need drugs. Lo dice Besson, ci sarà da fidarsi?

Godzilla / controrecensione (!spoiler!)

Irene è lieta di avere un ospite nel suo piccolo blog, un buon appassionato di film d’uso e consumo, dai supereroi ai mostri: questa è la controrecensione di Godzilla di Rafael Cejas. La mia la potete rileggere qui se volete.

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Assistiamo da alcuni anni alla rinascita del cosiddetto kaiju cinema, una categoria specifica di film nei quali le storie vedono sempre protagonisti immensi mostri, che minacciano il destino dell’umanità. Oltre allo stesso Godzilla -precursore del genere- abbiamo potuto vedere The Host (Joon-ho Bong, 2006), Cloverfield (J.J. Abrams, 2008), il remake di King Kong (Peter Jackson, 2005), Super 8 (ancora una volta J.J. Abrams, 2011) o Pacific Rim (Guillermo del Toro, 2013), tra tante altre.

Come si spiega il nostro amore per i mostri? I kaiju sono catastrofi naturali, normalmente una rivincita della natura contro l’ambizione dell’uomo. Tranne alcuni esempi, come l’invasione aliena di Pacific Rim, gli attacchi dei kaiju sono normalmente provocati dagli stessi umani: la distruzione del loro habitat, esperimenti chimici o genetici o prove nucleari. Dobbiamo subire la loro forza come una punizione divina. Come facciamo a odiarli, quando sono soltanto delle vittime?

Anzi, senza rendercene conto, finiamo per sentire simpatia per i mostri. Nel loro mistero troviamo un senso di brutale bellezza.

Non c’è bisogno di presentare Godzilla. Nato originalmente come una rappresentazione dei pericoli delle armi nucleari, in un Giappone ancora traumatizzato dagli avvenimenti di Hiroshima e Nagasaki; è diventato un’autentica figura pop e uno dei personaggi più apprezzati dai fans della fantascienza o del cinema in generale. L’anteriore versione di Godzilla fatta negli USA (Roland Emmerich, 1998) fu un’opera odiata in maniera unanime per il suo tradimento nei confronti delle caratteristiche del personaggio.

Per questa ragione, c’erano motivi di preoccupazione con il reboot della saga. Ma i fan possiamo rimanere tranquilli. Godzilla trionfa laddove Cloverfield (J.J. Abrams, 2008) aveva fallito previamente: i personaggi umani sono, magari consapevolmente, completamente vuoti e tradizionali. Nessuno si preoccupa per il loro destino, tutti aspettano l’apparizione dal nostro carismatico lucertolone. Il regista, saggiamente, ci proporziona la sua presenza in piccole dosi, in attesa dal climax finale.

 

Tutti gli intenti dell’umanità, rappresentati dall’epitome della potenza e l’arroganza, l’esercito degli Stati Uniti, falliscono uno dopo l’altro. Non si può lottare contro i MUTO (acronimo di Massive Unidentified Terrestrial Organism), un paio di insetti giganti avidi d’energia nucleare e che riescono, attraverso scariche elettro-magnetiche, ad inutilizzare tutta la tecnologia intorno a loro. Sono i MUTO i simboli della stessa umanità, dell’industrializzazione, del complesso industriale-militare? E Godzilla in questo caso, sarebbe l’immagine della natura, della terra o del proprio Dio?

La scena finale non delude, e ci proporziona ciò che si era andato a vedere. I personaggi umani passano in secondo piano, lasciando il palcoscenico ai veri protagonisti, i mostri. Ciò che ci lascia più dubbi è sicuramente il piano finale, un piccolo gioiello trash: Godzilla si rialza dopo la durissima battaglia, tra gli sguardi di sorpresa, gioia e ringraziamento dei cittadini di San Francisco. Addirittura, nel telegiornale si scrive “Godzilla, savior of our city”. L’amore per i kaiju non conosce frontiere.

Nymph()maniac pt.1, se non fosse abbastanza chiaro

Grazie Lapo che ci distribuisci queste chicche nordiche e riesci anche grazie ai vari taglietti e tagliettini (dai quali Lars Von prende chiaramente le distanze, tuttavia, fosse mai che lui voglia che qualcuno vada a vedere un suo film) a fargli beccare solo un VM14 nonostante un paio di scene really hot. Grazie Lapo, davvero: oltretutto tra volume 1 e 2 finirò per spenderci una quindicina di euro.

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Scherzi a parte, il nuovo film di Lars Von Trier sembra seguire la nuova formula – dopo quella Dogma – del suo cinema: prendi Charlotte Gainsbourg, deprimila, inserisci qualche scena forte e una buona colonna sonora et voilà. Ma Charlotte è sempre fantastica da Antichrist e Melancholia, e il regista danese sembra capace di cucirle addosso sempre un ruolo nuovo anche se sempre perfettamente nelle sue corde: certo, in questa prima parte si vede poco la nostra cara francese ma di certo non credo che mancherà di sorprenderci nella seconda. Il resto del cast è altalenante: ottime le prove di Uma Thurman nel ruolo di Mrs.H e di Shia LaBeouf in quello dell’unico personaggio ad avere un nome completo insieme alla protagonista, Jerome; meno brava anche se assolutamente non pessima la Joe giovane, interpretata dall’esordiente Stacy Martin.

Von Trier scala un attimo la marcia e dopo la denuncia del male del mondo e la sua distruzione fa un film su ciò che il mondo lo riesce a far ruotare: il sesso. Certo, non è un film solo sul sesso, e forse per questo mi ha lasciato un po’ delusa (colpa del trailer in effetti…): avrei preferito che ci si limitasse a raccontare piuttosto che moralizzare (per quanto moralizzatore Lars possa essere…), ma lo dice la stessa Joe a Stellan Skarsgard che la trova sanguinante in un vicolo: “questa storia avrà una morale”.

Insomma, più che un porno patinato un drammaticissimo film sulla dipendenza dal sesso (stavolta da parte di una donna, dopo quella maschile raccontata da Steve McQueen in Shame), con qualche intermezzo gratuito come fotogrammi di peni che avranno fatto storcere il naso ai più: certo, è chiaro: sono messi lì per far risvegliare lo spettatore, per scandalizzarlo, per la solita necessità di shokkare così tipica di questo regista, ma forse i più si sono dimenticati cosa già facesse intravedere Bergman nel 1966 con Persona… E allora di certo questo sembrerà la solita minestra riscaldata, anche se con un po’ di estro in più.

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Il film punta ad essere mentale, elevato intellettualmente, nella classica pretenziosità alla Von T, anche se talvolta risulta ridondante specie nei riferimenti spiattellati alla botanica o alla fine arte della pesca; tutto è molto didascalico: dalla lettura freudiana del rapporto con il padre e con la madre (un evidente complesso di Elettra), come se il regista fosse talmente fiero delle sue fini sottigliezze da voler dire allo spettatore “hai capito? perché se non l’hai fatto te lo spiego meglio”. Insomma un’assoluta ridondanza di elementi, quando già ne avevamo a sufficienza se ci si fosse limitati alla mera esposizione dei fatti, l’atto sessuale non solo mostrato ma anche palesemente metaforizzato, in maniera esagerata, e quindi svuotato di significato, qualsiasi esso possa essere, anche se la stessa Gainsbourg che racconta la sua storia sembra volerci cogliere eccome del senso profondo,  ed anche il suo interlocutore (cornice, questa, che del resto ho apprezzato poco finora, anche se forse avrà più senso una volta vista la 2°parte): da qui alla noia nelle parti non di “azione”, il passo è breve.

Da segnalare il momento paraculo: avete presente quando Von Trier a Cannes 2012, alla conferenza stampa di presentazione di Melancholia si lanciò in un’invettiva contro gli Ebrei dicendo in pratica che il Nazismo non era poi così male? (bè, se non lo ricordate rinfrescatevi la memoria qui perché vale la pena anche solo per la faccia di Kristen Dunst). Ecco, tenetelo presente quando quasi all’inizio del film il personaggio di Skarsgard (dal nome ebraico di Seligman) parlerà delle sue origini e del suo rapporto con gli Ebrei… dialogo che per altro riassume un po’ tutto il film: didascalico e un po’ paraculo.

Anche se la scena iniziale sugli squallidi vicoletti colmi d’umori nevosi e d’improvviso Fuhre Mich dei Rammstein che rimbomba fa comunque intendere che dietro tutta questa baracconata la mano è solida. Del resto, Lars ha già fatto esplodere il globo, che altro può fare di così malvagio…

Un film e i suoi attori: Dallas Buyers Club

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Da una vita e mezzo che non scrivo sul blog, torno per parlare di un film per la verità uscito da un po’ ma che ho visto solo di recente, parlo di Dallas Buyers Club del regista francese Jean Marc Vallée, già regista del mini-cult C.R.A.Z.Y. , anno 2005 e di Young Victoria, prodotto tra gli altri da Scorsese (anche se la sottoscritta non ha mai visto altro che questo di cui vado a parlare).

Poche volte come in questo caso un film è i suoi attori. Qui, in quello che si definisce “stato di gloria”, parliamo di Matthew McConaughey e Jared Leto. La loro prova dà identità all’intera pellicola, che senza la loro interpretazione probabilmente sarebbe stata più una storia drammatica qualsiasi, come è piena la produzione americana. Entrambi nominati all’Oscar, entrambi in preda a una vistosissima metamorfosi: McConaughey dimagrito di 20 e passa chili, Leto nei panni di una trans con addosso più trucco che ciccia, performance queste che da sempre impressionano i membri dell’Academy ma che questa volta non possono fare a meno di impressionare anche me.

La storia è quella, vera, di Ron Woodroof, elettricista macho texano che scopre di aver contratto il virus dell’hiv: la prima parte, forse la più drammatica, è quella della disperazione, dell’incredulità dell’avere una malattia che ingenuamente il protagonista considerava esclusiva degli omosessuali, è la parte dell’emarginazione e della consunzione fisica dietro a una diagnosi sbagliata che lo dava per morto in un mese. Entra in scena dopo qui Ray, transessuale, sieropositivo, dapprima tenuto a distanza da Ron che gli dice “qualsiasi cosa sei stammi lontano”, ma che poi, con simpatia e sfacciataggine si avvicina, fino a diventare suo socio, consigliere e amico: insieme metteranno su il Dallas Buyers Club e qui si apre la terza parte del film, quella della critica allo strapotere delle aziende farmaceutiche e del sistema sanitario incapace di affrontare un’emergenza di portata ingente come quella che colpì gli Stati Uniti (come il resto del mondo, del resto), nella seconda metà degli anni 80: il club di cui si parla è quello che spacciava farmaci illegali per quanto più utili di quelli che venivano adoperati ai tempi nella cura all’AIDS che senza tale circuito sarebbero stati inaccessibili ai più.

A livello di regia quasi mai s’intravede un lampo di genio, Vallée ha uno stile contemporaneo senza infamia e senza lode, certo ci riserva qualche bel momento (la stanza piena di falene, scena narrativamente inutile ma visivamente eccezionale), ma più che altro si limita a restare attaccato ai suoi attori senza i quali sa bene che sarebbe perduto: la maturazione e la presa di coscienza del protagonista avviene in maniera totalmente naturale, da migliore tradizione d’actor studio, e stupisce davvero quanto McConaughey arrivi ad aderire al suo personaggio attraverso anche una sua maturazione attoriale che ha del sensazionale (solo per citare, altri tre film recentissimi in cui è eccezionale: Killer Joe di Friedkin, Magic Mike di Soderbergh, Wolf of Wall Street di Scorsese). La sceneggiatura è ben impiantata e qualche volta, specie grazie al personaggio di Ray, ci strappa qualche risata.

Un film da zero retorica e molti pugni nello stomaco, da ricordare quasi Boys don’t cry che valse infatti l’Oscar alla sua metamorfizzata attrice protagonista Hilary Swank, decisamente da vedere tutto d’un fiato per godere a pieno della scintillante naturale bravura dei suoi protagonisti.

Don Jon, Levitt si sdoppia (di già?!) in salsa tamarra

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Il nostro adorato Joseph Gordon Levitt ha un’anima tamarra, e chi l’avrebbe mai detto? Dopo aver raggiunto il successo con indiefilm come 500 giorni insieme e Hesher è stato qui e col roboante Inception di Christopher Nolan per la sua prima opera alla regia (sia pure per una produzione indipendente) sceglie la storia di un personaggio “medio”, animale discotecaro quasi in stile italienisch: il protagonista Jon è chiamato dagli amici Don proprio per questo attitude al rimorchio sfrenato. Ma non solo, Jon è anche porno-dipendente, preferisce il rapporto con le piattaforme video di internet piuttosto che con le donne che colleziona. Un bel giorno incontra la bellissima e pure lei tamarra fino alla morte Scarlett Johansson, che con un atteggiamento da “brava ragazza, ma forse no” alias gattamorta lo conquista.

Levitt sentiva l’urgenza di questo film così tanto da mettersi dietro la macchina da presa, che usa in modo abbastanza impersonale e asettico (solo il montaggio della scena iniziale sembrava avere qualche spunto), senza troppo dispiego di forze. Una storia che oggettivamente non regge neanche i 90 minuti: il ritmo sembra buono all’inizio, ma dopo la terza volta che rivediamo le stesse scene con minimi cambiamenti  (sabato sera in discoteca/domenica mattina chiesa e pranzo dai genitori/lunedì palestra e preghiere d’ammenda tra i pesi e i tapis roulant) si inizia a pensare che  il film non sia poi così ispirato, e che anzi, le idee in ballo fossero un po’ poche fin dall’inizio.

Lui, Levitt, se la cava bene, non altrettanto la Johansson che rimane un po’ ambigua nel suo personaggio sia a causa della limitata sceneggiatura sia a causa, forse, di una non eccessiva capacità nel dirigerla. La Moore fa il suo compito, ma si vede poco e  poco rimane del suo personaggio, che pure così “strabiliantemente” cambia il corso del film.

La morale (molto annacquata) è la stessa contro la mercificazione dei corpi e la svalutazione delle menti nel mondo dell’immagine della perfezione televisiva e pubblicitaria. Ma non si arriva davvero al sodo, lo si evita prendendo la strada di un finale banalotto, del quale tuttavia Joseph sembra andare molto fiero, visto che sbandiera a tutti di aver riscoperto la bellezza dell’happy ending, senza ricordare che neanche due anni fa Tom Hanks se ne uscì nelle sale con un film in tutto simile a questo, almeno nell’impianto (Larry Crowne, si chiamava) ma dove, al posto del tamarro, c’era lui nelle vesti di uno sfigato universitario ultrafuoricorso. Solo che Tom Hanks l’ha fatto dopo almeno un venticinque anni buoni da attore, quel film, mentre Levitt, vuole scavalcare i tempi, bruciare le tappe, e si ritrova tra le mani un mediocre prodotto prematuro, che può presentare a tutti i Sundance che vuole ma che non si scrolla di dosso la sua patina da nuova hollywood.