Star Wars- Il Risveglio della Forza [spoiler, quando ce vò ce vò]

Ciao gente! Eh, chi lo avrebbe mai detto. Sì, torno a scribacchiare sul cinema (dopo accurata meditazione) e lo faccio per il film del momento: Star Wars – Il risveglio della Forza; o per gli integralisti dei titoli originali The Force awakens. Vi avviso della presenza di spoiler in questa recensione, per cui se non avete visto il film e non volete rovinarvi la sorpresa, non proseguite questa lettura (ma mi farebbe piacere se la vorreste riprendere una volta visto il film 😀 )

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Come tutti ormai ben sanno a causa dei mesi e mesi di bombardamento mediatico cui siamo stati sottoposti, si tratta del settimo capitolo della celeberrima saga ideata da George Lucas negli anni 70 (il primo film uscì nel 1977) e proseguita con un’altra saga prequel nei primi anni duemila; questo film dà così il via a una terza trilogia, che porterà a nove il numero complessivo dei film: gli altri due prossimi capitoli usciranno infatti nel 2017 e nel 2019.

Questa trilogia parte da Jakku, pianeta dell’orlo esterno, su cui vive Rey, la nuova eroina mercante di rottami qui introdotta per la prima volta, trent’anni dopo le vicende conclusasi ne Il ritorno dello Jedi.

Nella Galassia si è insediata una nuova forma di potere assoluto: il Primo Ordine, superamento dei Sith e dell’Impero, il cui scopo rimane però quello di distruggere la democrazia all’interno della Galassia per portare al potere il Lato Oscuro, combattendo con la solita Resistenza capitanata dall’ex principessa ora generale Leila Organa, che ricordiamo essere sorella di Luke Skywalker, nonché figlia del cattivo dei cattivi Darth Vader. Il cavaliere Jedi Luke si è ritirato (stile Maestro Yoda per intenderci), non si sa bene su quale sistema nascosto della Galassia, e tutti lo cercano, per contrastare la presa di potere del Primo Ordine e dei suoi nuovi cattivi, il Leader Supremo Snoke e il suo braccio destro Kylo Ren, che nel frattempo progettano una super-Morte Nera da usare come arma contro la Resistenza.

Rey incontra per caso il droide BB8 – vagante del deserto di Jakku, droide che contiene informazioni fondamentali per il reperimento di Skywalker e di proprietà di uno dei capi della Resistenza, Poe, il cui compito era di consegnarlo agli organi centrali della Resistenza e quindi a Leila Organa. Ma Poe è vittima di un incidente e l’unico in grado di portare avanti la sua missione è Finn, guardia imperiale Stormtrooper ribelle, che aveva aiutato all’inizio del film il pilota Poe a liberarsi dopo essere caduto nelle mani imperiali. Finn e Rey si incontrano così nel deserto, portando avanti la missione di Poe e aiutando così il simpaticissimo nuovo droide.

Ora che ho riassunto in modo più o meno caotico la trama, se non ve ne eravate già accorti prima, vi invito a riflettere sul fatto che seriamente la sceneggiatura sia un mero rifacimento dell’episodio IV (il primo del 77, per intenderci!). C’è tutto: l’Impero – Primo Ordine, la Resistenza, il cattivone con la maschera Darth Vader-Kylo Ren, c’è la sbarbatella Rey che ha tutto l’attitude naif di Luke Skywalker. Il più “nuovo” è a tutti gli effetti lo stormtrooper subalterno disertore Finn, per quanto ancora rimanga più un personaggio di servizio che una personalità a tutto tondo. Poi ci sono loro: i vecchi protagonisti. Torna Leila Organa, interpretata da Carrie Fisher (che peccato che riesca a muovere solamente il labbro inferiore per dire le battute però!); tornano Han Solo (Harrison Ford) e il wookiee Chewbecca (sempre interpretato anche lui dallo storico gigante buono Peter Mayhew), col loro Millennium Falcon. Tornano anche i due droidi che ci hanno accompagnato per ben sei film, C3PO e R2, anche se meno simpatici del solito; torna, alla fine del film, anche Luke Skywalker (un bellissimo e super charming Mark Hamill).
Per quanto invecchiati e un po’ zoppicanti, non si può certo negare il fascino di ritrovare dopo tanto tempo le stesse facce di trent’anni fa, questa scelta unanime di nuova partecipazione alla saga dà un senso di continuità all’opera che le rende sicuramente in credibilità e serve a reggere una storia che si annuncia importante, e di certo ancora soltanto accennata.

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Il film in sé per sé questo è: un inizio, e col botto.
Le scene d’azione si rincorrono una dopo l’altra, pochi i momenti in cui si riesce a calmarci e pensare e prender fiato da una vicenda fittissima di avvenimenti e di personaggi a cavallo tra il vecchio e il nuovo.

E approposito di personaggi, vorrei qui aprire una discussione su quello di Kylo Ren, il nuovo cattivo-sosia di Darth Vader, interpretato da Adam Driver ormai sulla cresta dell’onda.
Kylo è un cavaliere di Ren, una sorta di nuovo ordine Sith ricostituito con il Primo Ordine e rispondente ai comandi del Leader Supremo Snoke. E’ il figlio di Leila e di Han Solo, e venne educato alla Forza dallo zio Luke, che intendeva così ricostituire l’ordine dei Jedi. Ma Kylo, che porta il vero nome di Ben Solo, nutre un’ossessione per la figura del nonno Anakin Skywalker/ Darth Vader e per le sue gesta nel Lato Oscuro della Forza, anche Ben ne viene così affascinato tanto da tradire e uccidere i suoi compagni Jedi e schierarsi dal Lato Oscuro, provocando il ritiro di Luke Skywalker.
Ma nel film è palese la sua attrazione verso il lato positivo della Forza, al contrario del nonno. E’ un personaggio tormentato, che si svelerà probabilmente molto di più nei prossimi episodi. Un personaggio ancora in formazione che a mio avviso interpreta in modo impeccabile Adam Driver, faccia giovane e accattivante, un volto che esprime un tormento potente, quasi una rabbia adolescenziale portata ai massimi livelli, è ciò che a mio avviso caratterizzerà maggiormente questo personaggio nei prossimi episodi. Un personaggio che adesso è colpevole, che si è macchiato di un delitto che lo ha direttamente scansato dalla mia classifica personale dei cattivi dopo Scar del Re Leone (se vi ricordate chi faceva fuori Scar, e il trauma infantile che vi ha provocato…).

La nota dolente va al passaggio al timone di questo baraccone galattico itinerante: l’entrata JJ. Abrams alla regia al posto del nostro George Lucas sembra più traumatica del previsto. Ci eravamo già abituati ad altri registi al posto di Lucas nella direzione dei film: già l’Impero colpisce ancora e Il ritorno dello Jedi non erano diretti da Lucas, ma rispettivamente da Irvin Kershner e da Richard Marquand. Ma qui è diverso. I primi due vivevano a tutti gli effetti all’ombra del maestro Lucas, qui Abrams, come da titoli di testa, si basa su personaggi inventati da George Lucas, ma la produzione è Disney, (che ha acquisito la LucasFilm nel 2012) e lo si percepisce in ogni fotogramma, oltre che nella fastidiosa baracca imbastita per l’occasione tra gadget e advertising. Non dimentichiamo che Star Wars versione “originale” anni 70 fu una scommessa, un’intuizione per la quale Lucas si ipotecò la casa, l’invenzione del post-western, la fantascienza pop che diventò di culto negli anni 80. Questa è la riproposizione di quel mondo, un’operazione finemente commerciale, un film industriale a tutti gli effetti, costato 200 milioni di dollari, va da sé che quindi, in teoria, sia pensato per piacere ad ogni tipo di pubblico, dai bambini agli anziani (il IV film, primo in ordine cronologico, Una nuova speranza, era costato circa 11 milioni).
Da qui tutte le falle del film: una sceneggiatura a tratti incerta, che cade in delle battute ridicole e incespica in alcuni buchi evidenti, come quello della mancanza di ogni necessità di addestramento alla Forza nei personaggi di Rey e Finn. E approposito di Rey e Finn: una buona dose di “buonismo” alla Disney nella scelta di una donna e di un personaggio di colore, non di certo sbagliata, ma talmente ben oculata da cadere nel furbetto. Tornando al nostro JJ. Abrams, è un regista che incarna la nuova-nuova Hollywood, che si nutre di quella vecchia come Hollywood ha sempre fatto coi suoi periodi d’oro. Aveva già fatto Mission Impossible, Star Trek, Super 8, ed è forse maggiormente celebre per essere il pensatore maghetto dietro la serie televisiva Lost. Le eco televisive si fanno infatti molto sentire dentro questa saga, a partire dal montaggio frenetico che non ha nulla dei tempi lunghi e spesso paesaggistici di Lucas; le stesse eco rendono tuttavia più godibili e leggibili in senso narrativo le numerosissime scene d’azione, che altrimenti potevano risultare ripetitive; si finisce tuttavia nel cliché televisivo per eccellenza, la serialità, che ci dà la voglia di scoprire e conoscere di nuovo il più saggio Luke Skywalker sulla sua isola avvicinato da Rey, ci priva del piacere della sua conoscenza con gli efferati titoli di coda subito dopo, ci rimanda non alla prossima settimana come faceva con Lost, ma a tra due anni, costringendoci a chiudere questa nostra discussione con i puntini di sospensione…

 

…al 2017.

 

 

 

fonte importantissima per questo articolo: la Jawapedia!

 

 

Il Giovane Favoloso, di Mario Martone – Recensione

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Il nuovo fim di Mario Martone, presentato in concorso alla 71° Mostra del Cinema di Venezia, è un affresco della vita e delle opere del poeta marchigiano, forse il più grande del suo tempo, Giacomo Leopardi. Il film, dal titolo Il giovane favoloso, ripercorre biograficamente alcuni degli episodi della vita di Leopardi tentando in qualche caso il collegamento alla sua produzione poetica.

Il film ha il merito di essere molto preciso nella ricostruzione di luoghi e situazioni: notevole è il lavoro fatto da Martone, che nasce non a caso regista di teatro, sugli attori, preparando loro una sceneggiatura molto equilibrata, tra intimismo, storicismo e pettegolezzo (si attinge a piene mani dall’epistolario privato a noi noto del poeta). Anche la ricostruzione storica è precisa e dettagliata: nei costumi, negli ambienti, nell’atmosfera velata di brina in cui si è scelto di cristallizzare tutta la prima parte, quella recanatese, con delle buone scelte fotografiche che di certo richiamano un immaginario romantico per eccellenza. A ciò si aggiunge un’altra matrice, più prettamente novecentesca, della formazione ribelle del giovane (da cui anche il titolo, a mio avviso un po’ infelice, a metà tra Il giovane Holden e Il genio ribelle), di cui si tenta forse nel film di intravedere in Leopardi un precursore.

Vero è che certe parti della biografia vengono competamente tralasciate, i soggiorni a Bologna e a Pisa per esempio, per dare ampio spazio, nella seconda parte, a quelli fiorentini e napoletani, nei quali il nostro viene spesso ritratto più per come veniva visto per come in effetti era. Colpa della dilatazione dei luoghi e dell’affidamento di ruoli importanti a attori non del tutto in parte (ad esempio Michele Riondino a interpretare l’amico Ranieri) a sfavore della decadenza fisica di Leopardi, che sfuma sempre più nel macchiettistico.

In generale sembra molto più a fuoco la prima parte, girata dal vero nella casa leopardiana di Recanati, con un Elio Germano che incarna perfettamente il fervore giovanile e la voglia di scoperta del poeta; anche il resto del cast qui è ottimo, a partire da Isabella Ragonese a interpretare Paolina Leopardi, sorella di Giacomo, e anche Massimo Popolizio e Raffaella Giordano nei non semplici ruoli genitoriali, di certo letti da Martone sotto un’aura vagamente freudiana ma resi comunque in modo egregio; ben definito anche il ruolo di Pietro Giordani (affidato a Valerio Binasco), forza propulsiva per l’esplosione del genio leopardiano.

Il film insomma racconta una “favola” senza svelarcene mai la morale: è segnato da un eccessivo didascalismo, che gli fa perdere col passare dei minuti quel tono fresco che inizialmente sembrava possedere a favore dell’effetto “fiction di rai 1”; non è un caso infatti che l’ormai leggendario pessimismo leopardiano non venga in effetti in alcun modo definito (neanche quando viene recitata La Ginestra) se non facendo riferimento alla presunta verginità del poeta (sfogata per altro nella voracità mangereccia à La grande abbuffata) – scivolone che personalmente ho ritenuto un tantino volgare oltre che totalmente inadeguato all’impostazione che si era cercato di dare al film, risaltando il Leopardi “vivo” piuttosto che il Leopardi “sempre triste”.

Sarà sicuramente adorato da tutti i professori di italiano che insegneranno nei licei nei prossimi 50 anni almeno. Forse un po’ meno dai liceali.

Pregio per la soundtrack, molto azzeccata e non banale.

Lucy, drogarsi fa bene, lo dice Besson.

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Il nuovo film di Besson è un brodolone metafisico-urban-fantasy come il suo stile ci ha abituati, rientra in effetti nella sua lista di super-donne, dopo Nikita e Liloo de Il Quinto Elemento, questa Lucy/Scarlett, studentessa rocker che per colpa di fidanzato con le mani un po’ troppo in pasta si ritrova suo malgrado con della droga nello stomaco che riesce a farle acquisire il dominio sul 100% della propria materia cerebrale.

Certamente il film visto con gli occhi della scienza ha delle forti inclinazioni sul versante trash, a partire dagli effetti speciali prima alla Matrix (la Johansson dopo la prima botta inizia a camminare sui muri) e poi alla Godzilla (emette raggi di luce dalla bocca, non riesco a pensare ad altro che al lucertolone); visto con gli occhi di chi guarda lo schermo e ci si incanta dentro, però, il film ha i suoi bei lati positivi. In primis, non ci si annoia. Non è cosa da poco: Besson fa bene il suo lavoro e anche se la sceneggiatura, già mezza scopiazzata da Limitless di Neil Burger con Mr. Bradley Cooper, prende qualche piega infelice di quando in quando, tra passaggi un po’ forzati e dinamiche un tantinello ripetitive, come l’alternarsi dello spettacolo-Lucy alle lezioni di anatomia cerebrale del Morgan Freeman Science Show (come non credergli dopo tutto quel lavoro a Discovery Channel – lo preferivo quasi quando si spacciava per Dio…), riesce comunque bene con un ritmo serrato e il montaggio sfrontatamente e didascalicamente intellettuale a tenere sempre accesa l’attenzione dello spettatore.

Come al solito Besson mette quintali di carne al fuoco senza poi riuscire troppo a concludere, colpa anche di alcuni personaggi-fronzolo di troppo (il poliziotto: aiutatemi a capirne l’utilità) che non aiutano a focalizzare l’attenzione sulle scene-madri, tipo quella del computer organico che resta quasi un grande interrogativo a causa delle tamarre sparatorie franco-coreane (approposito, il cattivone è interpretato da Choi Min-sik, il fu l’Oldboy di Park Chan-wook) fuori dalle porte della Sorbonne, che lo fanno tanto assomigliare alla roba stile Dan Brown, Codice Da Vinci e giù di lì.

Il fatto che il film sia un poutpourri ce lo fanno intuire anche le citazioni che ho già utilizzato: si va dalla fantascienza d’intrattenimento mostruoso, a quella più colta ma sempre popolare, fino a arrivare a strizzare un occhio al Kubrick di 2001 per la scena con la scimmiona Lucy e le allucinanti sequenze finali e il Malick del parimente metafisico Tree of Life per quella coi dinosauri e la creazione del Cosmo.

Questa pretenziosità lo rende almeno più antipatico del Quinto Elemento, che pure aveva molti più elementi positivi rispetto a questo, anche se gli gravavano addosso i limiti tecnologici della grafica computerizzata, e pure avendo pretese universalistiche non tendeva a fornire risposte assolute per domande assolute.

E’ per questo che mi voglio limitare a una lettura superficiale del film, la più superficiale che si possa fare: per capire il mondo, we need drugs. Lo dice Besson, ci sarà da fidarsi?

Godzilla / controrecensione (!spoiler!)

Irene è lieta di avere un ospite nel suo piccolo blog, un buon appassionato di film d’uso e consumo, dai supereroi ai mostri: questa è la controrecensione di Godzilla di Rafael Cejas. La mia la potete rileggere qui se volete.

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Assistiamo da alcuni anni alla rinascita del cosiddetto kaiju cinema, una categoria specifica di film nei quali le storie vedono sempre protagonisti immensi mostri, che minacciano il destino dell’umanità. Oltre allo stesso Godzilla -precursore del genere- abbiamo potuto vedere The Host (Joon-ho Bong, 2006), Cloverfield (J.J. Abrams, 2008), il remake di King Kong (Peter Jackson, 2005), Super 8 (ancora una volta J.J. Abrams, 2011) o Pacific Rim (Guillermo del Toro, 2013), tra tante altre.

Come si spiega il nostro amore per i mostri? I kaiju sono catastrofi naturali, normalmente una rivincita della natura contro l’ambizione dell’uomo. Tranne alcuni esempi, come l’invasione aliena di Pacific Rim, gli attacchi dei kaiju sono normalmente provocati dagli stessi umani: la distruzione del loro habitat, esperimenti chimici o genetici o prove nucleari. Dobbiamo subire la loro forza come una punizione divina. Come facciamo a odiarli, quando sono soltanto delle vittime?

Anzi, senza rendercene conto, finiamo per sentire simpatia per i mostri. Nel loro mistero troviamo un senso di brutale bellezza.

Non c’è bisogno di presentare Godzilla. Nato originalmente come una rappresentazione dei pericoli delle armi nucleari, in un Giappone ancora traumatizzato dagli avvenimenti di Hiroshima e Nagasaki; è diventato un’autentica figura pop e uno dei personaggi più apprezzati dai fans della fantascienza o del cinema in generale. L’anteriore versione di Godzilla fatta negli USA (Roland Emmerich, 1998) fu un’opera odiata in maniera unanime per il suo tradimento nei confronti delle caratteristiche del personaggio.

Per questa ragione, c’erano motivi di preoccupazione con il reboot della saga. Ma i fan possiamo rimanere tranquilli. Godzilla trionfa laddove Cloverfield (J.J. Abrams, 2008) aveva fallito previamente: i personaggi umani sono, magari consapevolmente, completamente vuoti e tradizionali. Nessuno si preoccupa per il loro destino, tutti aspettano l’apparizione dal nostro carismatico lucertolone. Il regista, saggiamente, ci proporziona la sua presenza in piccole dosi, in attesa dal climax finale.

 

Tutti gli intenti dell’umanità, rappresentati dall’epitome della potenza e l’arroganza, l’esercito degli Stati Uniti, falliscono uno dopo l’altro. Non si può lottare contro i MUTO (acronimo di Massive Unidentified Terrestrial Organism), un paio di insetti giganti avidi d’energia nucleare e che riescono, attraverso scariche elettro-magnetiche, ad inutilizzare tutta la tecnologia intorno a loro. Sono i MUTO i simboli della stessa umanità, dell’industrializzazione, del complesso industriale-militare? E Godzilla in questo caso, sarebbe l’immagine della natura, della terra o del proprio Dio?

La scena finale non delude, e ci proporziona ciò che si era andato a vedere. I personaggi umani passano in secondo piano, lasciando il palcoscenico ai veri protagonisti, i mostri. Ciò che ci lascia più dubbi è sicuramente il piano finale, un piccolo gioiello trash: Godzilla si rialza dopo la durissima battaglia, tra gli sguardi di sorpresa, gioia e ringraziamento dei cittadini di San Francisco. Addirittura, nel telegiornale si scrive “Godzilla, savior of our city”. L’amore per i kaiju non conosce frontiere.

Nymph()maniac pt.1, se non fosse abbastanza chiaro

Grazie Lapo che ci distribuisci queste chicche nordiche e riesci anche grazie ai vari taglietti e tagliettini (dai quali Lars Von prende chiaramente le distanze, tuttavia, fosse mai che lui voglia che qualcuno vada a vedere un suo film) a fargli beccare solo un VM14 nonostante un paio di scene really hot. Grazie Lapo, davvero: oltretutto tra volume 1 e 2 finirò per spenderci una quindicina di euro.

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Scherzi a parte, il nuovo film di Lars Von Trier sembra seguire la nuova formula – dopo quella Dogma – del suo cinema: prendi Charlotte Gainsbourg, deprimila, inserisci qualche scena forte e una buona colonna sonora et voilà. Ma Charlotte è sempre fantastica da Antichrist e Melancholia, e il regista danese sembra capace di cucirle addosso sempre un ruolo nuovo anche se sempre perfettamente nelle sue corde: certo, in questa prima parte si vede poco la nostra cara francese ma di certo non credo che mancherà di sorprenderci nella seconda. Il resto del cast è altalenante: ottime le prove di Uma Thurman nel ruolo di Mrs.H e di Shia LaBeouf in quello dell’unico personaggio ad avere un nome completo insieme alla protagonista, Jerome; meno brava anche se assolutamente non pessima la Joe giovane, interpretata dall’esordiente Stacy Martin.

Von Trier scala un attimo la marcia e dopo la denuncia del male del mondo e la sua distruzione fa un film su ciò che il mondo lo riesce a far ruotare: il sesso. Certo, non è un film solo sul sesso, e forse per questo mi ha lasciato un po’ delusa (colpa del trailer in effetti…): avrei preferito che ci si limitasse a raccontare piuttosto che moralizzare (per quanto moralizzatore Lars possa essere…), ma lo dice la stessa Joe a Stellan Skarsgard che la trova sanguinante in un vicolo: “questa storia avrà una morale”.

Insomma, più che un porno patinato un drammaticissimo film sulla dipendenza dal sesso (stavolta da parte di una donna, dopo quella maschile raccontata da Steve McQueen in Shame), con qualche intermezzo gratuito come fotogrammi di peni che avranno fatto storcere il naso ai più: certo, è chiaro: sono messi lì per far risvegliare lo spettatore, per scandalizzarlo, per la solita necessità di shokkare così tipica di questo regista, ma forse i più si sono dimenticati cosa già facesse intravedere Bergman nel 1966 con Persona… E allora di certo questo sembrerà la solita minestra riscaldata, anche se con un po’ di estro in più.

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Il film punta ad essere mentale, elevato intellettualmente, nella classica pretenziosità alla Von T, anche se talvolta risulta ridondante specie nei riferimenti spiattellati alla botanica o alla fine arte della pesca; tutto è molto didascalico: dalla lettura freudiana del rapporto con il padre e con la madre (un evidente complesso di Elettra), come se il regista fosse talmente fiero delle sue fini sottigliezze da voler dire allo spettatore “hai capito? perché se non l’hai fatto te lo spiego meglio”. Insomma un’assoluta ridondanza di elementi, quando già ne avevamo a sufficienza se ci si fosse limitati alla mera esposizione dei fatti, l’atto sessuale non solo mostrato ma anche palesemente metaforizzato, in maniera esagerata, e quindi svuotato di significato, qualsiasi esso possa essere, anche se la stessa Gainsbourg che racconta la sua storia sembra volerci cogliere eccome del senso profondo,  ed anche il suo interlocutore (cornice, questa, che del resto ho apprezzato poco finora, anche se forse avrà più senso una volta vista la 2°parte): da qui alla noia nelle parti non di “azione”, il passo è breve.

Da segnalare il momento paraculo: avete presente quando Von Trier a Cannes 2012, alla conferenza stampa di presentazione di Melancholia si lanciò in un’invettiva contro gli Ebrei dicendo in pratica che il Nazismo non era poi così male? (bè, se non lo ricordate rinfrescatevi la memoria qui perché vale la pena anche solo per la faccia di Kristen Dunst). Ecco, tenetelo presente quando quasi all’inizio del film il personaggio di Skarsgard (dal nome ebraico di Seligman) parlerà delle sue origini e del suo rapporto con gli Ebrei… dialogo che per altro riassume un po’ tutto il film: didascalico e un po’ paraculo.

Anche se la scena iniziale sugli squallidi vicoletti colmi d’umori nevosi e d’improvviso Fuhre Mich dei Rammstein che rimbomba fa comunque intendere che dietro tutta questa baracconata la mano è solida. Del resto, Lars ha già fatto esplodere il globo, che altro può fare di così malvagio…

Allacciate le cinture, Ozpetek going nowhere

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Ozpetek, regista d’origine turca ormai di casa tra Roma e il sud Italia che qualche chicca ha regalato al nostro cinema nel decennio scorso (parlo in primo luogo del più sottovalutato dei suoi film, Cuore Sacro, del 2005, oltre ai ben più celebri La Finestra di fronte e Le fate ignoranti), torna con un film che pretenderebbe di essere una commistione commedia-dramma: questo Allacciate le cinture del quale a visione ultimata ci si può solo chiedere “per andare dove?”.

La storia, svolta su due piani temporali, è quella di Elena (Kasia Smutniak), una giovane venticinquenne all’inizio del film che si dà all’imprenditoria e ha successo aprendo un locale di punta con l’amico gay (personaggio evidentemente immancabile nei film di Ozpetek). Nel frattempo si innamora follemente e in circostanze che per lo spettatore rimangono alquanto misteriose del bell’Antonio, odiato fidanzato della migliore amica (Carolina Crescentini, qui molto maturata) interpretato nientedimenoché dall’ex tronista Francesco Arca, in quella che potrebbe essere la sua consacrazione al cinema (ma noi speriamo di no), calcante almeno fisicamente nella parte del fascistello di borgata, col culto del corpo e l’ormone in perenne rivoluzione. Tutto ok finché il nostro Ferzan, tra un virtuosismo e l’altro tra i tavolini del bar e pinte di birra, evidentemente non esaurisce le idee che aveva a disposizione e pensa bene, insieme agli sceneggiatori, di inserire il grande banale e rischioso tema del tumore, facendo soffrire nonpoco lo sventurato spettatore.

Se dico farlo soffrire lo dico a ragion veduta: si può trattare tutto quello che si crede, nella mia opinione, al cinema, ma ci sono modi intelligenti e altri meno intelligenti di mostrare il dolore, e il modo in cui lo fa questo film mi è sembrato assolutamente privo di vero sentimento e di vera comprensione del dramma umano, e con molta finzione di dramma. Sarà colpa della scarsa bravura degli interpreti principali (cosa che s’intuisce sin dalla prima scena, pioggia battente alla fermata dell’autobus), o di una sceneggiatura che bandisce quasi il dialogo tra i due (si scambiano pochissime parole in tutto il film, e quelle che si scambiano sembrano quantomai posticce e artefatte).

Stranisce assai uno scadimento così forte da parte di un regista che sembrava mostrare molta sensibilità nei suoi primi già citati lavori: certo è che in questo (come già era stato per Magnifica Presenza, che almeno però si avvaleva di un bravo attore come Elio Germano) l’umanità è da un’altra parte, la profondità dei personaggi pure, certo nella forma rimane ben fatto, ben archestrato il salto temporale di 13 anni (solo con un controcampo), ma ciò non sembra bastare e lo spettatore non può che prenderne atto e slacciarsi subito le cinture, qualora si fosse fidato del regista e le avesse allacciate sul serio.