Godzilla is love (!!spoiler alert!!)

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Di nuovo Godzilla. Un mito della mia infanzia: quello del 1998 aveva plagiato talmente me e i miei amichetti da farci giocare a fuggire dal mostro nel cortile delle elementari durante la ricreazione.

Certo, a un primo sguardo niente sembra diverso, lo stesso action-movie, la stessa carica, in definitiva un film di mero inutile intrattenimento.

Ma a guardare bene, le differenze con la versione di Emmerich ci sono, eccome. Innanzi tutto, il lucertolone non è un T-Rex natante che lo fa sembrare uscito da Jurassic Park ma un vero e proprio lucertolone, molto più somigliante a quello della versione originale del 1954, quella di Ishiro Honda, risposta giapponese ai deliri statunitensi di King Kong: anche i suoi poteri sono molto più simili all’originale, come quel raggio blu che gli esce dalle fauci.

La retorica che ci si aspetta da un film del genere, specie se made in the super-hollywood è la stessa che anni e anni di Emmerich ci ha insegnato: patria, famiglia, i valori della costituzione americana, di una nazione che salva il mondo intero sull’orlo di una catastrofe naturale per mezzo di un suo messo divino, più spesso incarnato in uomini dalle possenti braccia americane o in sfigati scienziati come Broderick nel già citato del ’98.

Qui non mancano questi elementi: c’è la famiglia, figlioletto e mogliettina indifesa ma lavoratrice (duplice figura della Binoche e della Olsen), cui l’eroe non ha neanche il tempo di dare due bacetti per via dell’incombente minaccia; c’è la patria, il sergente Brody protagonista è un marine specializzato in disinnescamento bombe che farebbe di tutto per salvare la sua adorata San Francisco. Eppure, nonostante la presenza di queste costanti, qualcosa non torna: i mostri sono tre, oltre al lucertolone del titolo ci sono due ragnetti chiamati Mutu, i parassiti di Godzilla, che si cibano di armi nucleari, misterioso impianto tra natura e tecnologia bellica, riescono a disattivare qualsiasi cosa elettronica gli si avvicini. Elettronici, appunto, non naturali. La risposta artificiale alla sovrannaturalità di Godzilla è ciò che rischia di mandare al tracollo l’intera America: non la natura, l’artificiosità (la prima città americana distrutta è guardacaso Las Vegas, città artificiale per eccellenza, sorta dal nulla in mezzo al deserto).

Godzilla is God, dice a un certo punto la scienziata, ed è questo che sembrano dirci anche gli sceneggiatori, in un delirio di disaster-movie combinato a retorica ambientalista e anti-uomo e anti-eroica: non è l’eroe (Taylor-Johson) che salva tutti, né tantomeno lo scienziato sfortunato (Bryan Cranston), è la Natura incarnata dal mostro, sua creatura, che ristabilisce l’ordine intaccato dall’essere umano con l’uso della forza nucleare.

Elementi riflessivi questi forse un po’ fuori luogo ma decisamente più intelligenti del semplicistico messaggio fascistoide “Viva l’America, nostra salvatrice” che lanciava il precedente film: non a caso il film si chiude con il telegiornale che titola “Viva Godzilla, il nostro salvatore”.

Concludo il delirio dicendo che, ancora una volta, il 3D è veramente inutile, e la soundtrack fa schifo.

https://www.youtube.com/watch?v=rx7uPbEcUvw

Nymph()maniac pt.1, se non fosse abbastanza chiaro

Grazie Lapo che ci distribuisci queste chicche nordiche e riesci anche grazie ai vari taglietti e tagliettini (dai quali Lars Von prende chiaramente le distanze, tuttavia, fosse mai che lui voglia che qualcuno vada a vedere un suo film) a fargli beccare solo un VM14 nonostante un paio di scene really hot. Grazie Lapo, davvero: oltretutto tra volume 1 e 2 finirò per spenderci una quindicina di euro.

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Scherzi a parte, il nuovo film di Lars Von Trier sembra seguire la nuova formula – dopo quella Dogma – del suo cinema: prendi Charlotte Gainsbourg, deprimila, inserisci qualche scena forte e una buona colonna sonora et voilà. Ma Charlotte è sempre fantastica da Antichrist e Melancholia, e il regista danese sembra capace di cucirle addosso sempre un ruolo nuovo anche se sempre perfettamente nelle sue corde: certo, in questa prima parte si vede poco la nostra cara francese ma di certo non credo che mancherà di sorprenderci nella seconda. Il resto del cast è altalenante: ottime le prove di Uma Thurman nel ruolo di Mrs.H e di Shia LaBeouf in quello dell’unico personaggio ad avere un nome completo insieme alla protagonista, Jerome; meno brava anche se assolutamente non pessima la Joe giovane, interpretata dall’esordiente Stacy Martin.

Von Trier scala un attimo la marcia e dopo la denuncia del male del mondo e la sua distruzione fa un film su ciò che il mondo lo riesce a far ruotare: il sesso. Certo, non è un film solo sul sesso, e forse per questo mi ha lasciato un po’ delusa (colpa del trailer in effetti…): avrei preferito che ci si limitasse a raccontare piuttosto che moralizzare (per quanto moralizzatore Lars possa essere…), ma lo dice la stessa Joe a Stellan Skarsgard che la trova sanguinante in un vicolo: “questa storia avrà una morale”.

Insomma, più che un porno patinato un drammaticissimo film sulla dipendenza dal sesso (stavolta da parte di una donna, dopo quella maschile raccontata da Steve McQueen in Shame), con qualche intermezzo gratuito come fotogrammi di peni che avranno fatto storcere il naso ai più: certo, è chiaro: sono messi lì per far risvegliare lo spettatore, per scandalizzarlo, per la solita necessità di shokkare così tipica di questo regista, ma forse i più si sono dimenticati cosa già facesse intravedere Bergman nel 1966 con Persona… E allora di certo questo sembrerà la solita minestra riscaldata, anche se con un po’ di estro in più.

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Il film punta ad essere mentale, elevato intellettualmente, nella classica pretenziosità alla Von T, anche se talvolta risulta ridondante specie nei riferimenti spiattellati alla botanica o alla fine arte della pesca; tutto è molto didascalico: dalla lettura freudiana del rapporto con il padre e con la madre (un evidente complesso di Elettra), come se il regista fosse talmente fiero delle sue fini sottigliezze da voler dire allo spettatore “hai capito? perché se non l’hai fatto te lo spiego meglio”. Insomma un’assoluta ridondanza di elementi, quando già ne avevamo a sufficienza se ci si fosse limitati alla mera esposizione dei fatti, l’atto sessuale non solo mostrato ma anche palesemente metaforizzato, in maniera esagerata, e quindi svuotato di significato, qualsiasi esso possa essere, anche se la stessa Gainsbourg che racconta la sua storia sembra volerci cogliere eccome del senso profondo,  ed anche il suo interlocutore (cornice, questa, che del resto ho apprezzato poco finora, anche se forse avrà più senso una volta vista la 2°parte): da qui alla noia nelle parti non di “azione”, il passo è breve.

Da segnalare il momento paraculo: avete presente quando Von Trier a Cannes 2012, alla conferenza stampa di presentazione di Melancholia si lanciò in un’invettiva contro gli Ebrei dicendo in pratica che il Nazismo non era poi così male? (bè, se non lo ricordate rinfrescatevi la memoria qui perché vale la pena anche solo per la faccia di Kristen Dunst). Ecco, tenetelo presente quando quasi all’inizio del film il personaggio di Skarsgard (dal nome ebraico di Seligman) parlerà delle sue origini e del suo rapporto con gli Ebrei… dialogo che per altro riassume un po’ tutto il film: didascalico e un po’ paraculo.

Anche se la scena iniziale sugli squallidi vicoletti colmi d’umori nevosi e d’improvviso Fuhre Mich dei Rammstein che rimbomba fa comunque intendere che dietro tutta questa baracconata la mano è solida. Del resto, Lars ha già fatto esplodere il globo, che altro può fare di così malvagio…

Allacciate le cinture, Ozpetek going nowhere

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Ozpetek, regista d’origine turca ormai di casa tra Roma e il sud Italia che qualche chicca ha regalato al nostro cinema nel decennio scorso (parlo in primo luogo del più sottovalutato dei suoi film, Cuore Sacro, del 2005, oltre ai ben più celebri La Finestra di fronte e Le fate ignoranti), torna con un film che pretenderebbe di essere una commistione commedia-dramma: questo Allacciate le cinture del quale a visione ultimata ci si può solo chiedere “per andare dove?”.

La storia, svolta su due piani temporali, è quella di Elena (Kasia Smutniak), una giovane venticinquenne all’inizio del film che si dà all’imprenditoria e ha successo aprendo un locale di punta con l’amico gay (personaggio evidentemente immancabile nei film di Ozpetek). Nel frattempo si innamora follemente e in circostanze che per lo spettatore rimangono alquanto misteriose del bell’Antonio, odiato fidanzato della migliore amica (Carolina Crescentini, qui molto maturata) interpretato nientedimenoché dall’ex tronista Francesco Arca, in quella che potrebbe essere la sua consacrazione al cinema (ma noi speriamo di no), calcante almeno fisicamente nella parte del fascistello di borgata, col culto del corpo e l’ormone in perenne rivoluzione. Tutto ok finché il nostro Ferzan, tra un virtuosismo e l’altro tra i tavolini del bar e pinte di birra, evidentemente non esaurisce le idee che aveva a disposizione e pensa bene, insieme agli sceneggiatori, di inserire il grande banale e rischioso tema del tumore, facendo soffrire nonpoco lo sventurato spettatore.

Se dico farlo soffrire lo dico a ragion veduta: si può trattare tutto quello che si crede, nella mia opinione, al cinema, ma ci sono modi intelligenti e altri meno intelligenti di mostrare il dolore, e il modo in cui lo fa questo film mi è sembrato assolutamente privo di vero sentimento e di vera comprensione del dramma umano, e con molta finzione di dramma. Sarà colpa della scarsa bravura degli interpreti principali (cosa che s’intuisce sin dalla prima scena, pioggia battente alla fermata dell’autobus), o di una sceneggiatura che bandisce quasi il dialogo tra i due (si scambiano pochissime parole in tutto il film, e quelle che si scambiano sembrano quantomai posticce e artefatte).

Stranisce assai uno scadimento così forte da parte di un regista che sembrava mostrare molta sensibilità nei suoi primi già citati lavori: certo è che in questo (come già era stato per Magnifica Presenza, che almeno però si avvaleva di un bravo attore come Elio Germano) l’umanità è da un’altra parte, la profondità dei personaggi pure, certo nella forma rimane ben fatto, ben archestrato il salto temporale di 13 anni (solo con un controcampo), ma ciò non sembra bastare e lo spettatore non può che prenderne atto e slacciarsi subito le cinture, qualora si fosse fidato del regista e le avesse allacciate sul serio.

 

Oscar 2014: Irene vede (e prevede)

Immaginein foto Irene intenta a gestire le telefonate dei bookmakers che in questi giorni 
la stanno giustamento subbissando per via del suo dono della preveggenza
di cui vi delizierà in questo post

 

E’ tempo di Oscar! Ce lo dice la televisione più spesso del solito per via della nomination italiana di Sorrentino, ce lo dice Sky Cinema col suo canale tematico, si trova dappertutto su Internet qualche pronostico, compreso quello cervellotico dei ricercatori di Harvard. Ora, voi, di chi vi fidereste: di una cricca di smidollati che annoveravano tra le loro fila il disgraziato Zuckerberg o della sottoscritta che da anni vi delizia di scientifiche e sagge riflessioni? Se la risposta che vi sentite nel cuore è la seconda, continuate a leggere, altrimenti cliccate qui (sappiate che nelle statistiche iper dettagliate di questo sito posso vedere in quanti ci cliccheranno [sembra una minaccia ma non lo è]).Per i miei più arditi fans, vado a prendere la sfera di cristallo riposta sulla mensola dei dvd. Vedo e prevedo:

Miglior attore protagonistaMatthew McConaughey per Dallas Buyers Club. Una prova incredibile che sperò varrà al Matthew la consacrazione dopo tanti anni di mediocrità (ha già vinto il Golden Globe, per chi non lo sapesse). Comunque la sfida è tra titani, visto che anche la prova di Christian Bale in American Hustle era degna di nota e quella di DiCaprio in The Wolf of Wall Street (per quanto non abbia grandemente apprezzato il film) pure. Aggiungendo la polemica che da anni l’Academy si trascina dietro per non aver mai fregiato la carriera di DiCaprio di un Oscar, ci sta che quest’anno si lasceranno andare. Sarebbe un peccato, per una volta che ci sono altri attori che lo meriterebbero di più. Della categoria mi manca di vedere la prova di Chiwetel Ejiofor per 12 anni schiavo.

Migliore attrice protagonistaAmy Adams per American Hustle. L’anno scorso non facevo il tifo per lei (era non protagonista) perché mi sembravano tempi un po’ acerbi ma adesso, con questa grande prova, potrebbe essere arrivato il momento dell’Oscar (David O’Russell, regista di American Hustle, è per altro uno sfornatore di ruoli da Oscar, basti pensare a quello portato a casa lo scorso anno da Jennifer Lawrence per Il Lato positivo). A gareggiare con Amy troviamo Cate Blanchett con Blue Jasmine (non visto), Maryl Streep (ancora) con I segreti di Osage County, Judi Dench per Philomena e Sandra Bullock per Gravity.

Miglior attore non protagonistaJared Leto per Dallas Buyers Club. Nella categoria non ho visto Michael Fassbender in 12 anni schiavo e Barkhad Abdi in Captain Phillips. In ogni caso rispetto agli altri non c’è molta storia: gli può dare un po’ di filo da torcere Bradley Cooper per American Hustle ma non di certo il patatone Jonah Hill (per The Wolf of Wall Street). Nel suo ruolo ci son tutti quegli elementi metamorfici che tanto fanno impazzire i membri dell’Academy.

Migliore attrice non protagonistaJennifer Lawrence per American Hustle. Lo so, sono un tantino monotematica quanto a film, ma non ci posso fare niente se davvero questi attori nei due film che ho preso in considerazione sono fenomenali. La Lawrence potrebbe portarsi a casa il secondo Oscar, sempre per merito dello stesso regista. Non compete, a mio parere, Julia Roberts per I segreti di Osage County.

Miglior film stranieroLa grande bellezza di Paolo Sorrentino. Vedo già Paolone che intenta un discorso rappezzato alla meglio peggio come quello fatto ai Globes. Non c’è storia, anche Vinterberg col Sospetto se deve proprio scansà.

Miglior sceneggiatura originaleAmerican Hustle di David O’Russell. Ma se l’avessi visto temo che opterei per Her di Spike Jones (sì, è un mega-pregiudizio ma le premesse ci sono tutte).

Miglior scenografiaIl Grande Gatsby di Baz Luhrmann. Se ha qualche merito questo film, riconosciamoglielo…….

Migliori costumi: Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann. V. sopra. Anche se American Hustle ha i suoi fiori all’occhiello anche in questa categoria.

Miglior truccoAmerican Hustle di David O’Russell. Che non è neanche nominato nella categoria…

Miglior fotografiaNebraska di Alexander Payne. Un b/n gelido per raccontare una storia di un grigiore sconcertante. L’esatto contrario di A proposito di Davis dei Coen con la sua fotografia patinata…

Miglior regiaGravity di Alfonso Cuaron. A livello registico non ha confini, Cuaron ci ha fatto vivere lo spazio come mai prima d’ora e gli andrebbe riconosciuto il merito. Certo, compete con Scorsese (The Wolf of Wall Street) e McQueen (12 anni schiavo), ma mai dire mai.

Miglior film:  American Hustle di David O’Russell. Mi è sembrato il più completo. Non li ho visti tutti i nominati. Ma vincerà Scorsese o McQueen (spero nel secondo, che almeno non ho ancora visto, perché il primo, lo ripeto, mi ha deluso assai). Memore del fatto che l’anno scorso ha vinto Argo di Ben Affleck, lo potrebbero anche dare a Captain Phillips o a Philomena….aiuto….

 

In questo sabato piovoso ripongo la mia sfera di cristallo di nuovo sulla sua mensola fino al prossimo anno. Non basatevi sulle mie previsioni per scommeterci dei soldi, ché a)sono una delle persone più sfortunate che conosco b) sono una delle persone più inaffidabili che conosco c) sono una delle persone con più gusto che conosco

Dopo questo disclaim non voglio denunce, o teste di cavallo sull’uscio di casa.

Ciao ragazzi lettori amici, a presto

 

Irene

 

 

Un film e i suoi attori: Dallas Buyers Club

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Da una vita e mezzo che non scrivo sul blog, torno per parlare di un film per la verità uscito da un po’ ma che ho visto solo di recente, parlo di Dallas Buyers Club del regista francese Jean Marc Vallée, già regista del mini-cult C.R.A.Z.Y. , anno 2005 e di Young Victoria, prodotto tra gli altri da Scorsese (anche se la sottoscritta non ha mai visto altro che questo di cui vado a parlare).

Poche volte come in questo caso un film è i suoi attori. Qui, in quello che si definisce “stato di gloria”, parliamo di Matthew McConaughey e Jared Leto. La loro prova dà identità all’intera pellicola, che senza la loro interpretazione probabilmente sarebbe stata più una storia drammatica qualsiasi, come è piena la produzione americana. Entrambi nominati all’Oscar, entrambi in preda a una vistosissima metamorfosi: McConaughey dimagrito di 20 e passa chili, Leto nei panni di una trans con addosso più trucco che ciccia, performance queste che da sempre impressionano i membri dell’Academy ma che questa volta non possono fare a meno di impressionare anche me.

La storia è quella, vera, di Ron Woodroof, elettricista macho texano che scopre di aver contratto il virus dell’hiv: la prima parte, forse la più drammatica, è quella della disperazione, dell’incredulità dell’avere una malattia che ingenuamente il protagonista considerava esclusiva degli omosessuali, è la parte dell’emarginazione e della consunzione fisica dietro a una diagnosi sbagliata che lo dava per morto in un mese. Entra in scena dopo qui Ray, transessuale, sieropositivo, dapprima tenuto a distanza da Ron che gli dice “qualsiasi cosa sei stammi lontano”, ma che poi, con simpatia e sfacciataggine si avvicina, fino a diventare suo socio, consigliere e amico: insieme metteranno su il Dallas Buyers Club e qui si apre la terza parte del film, quella della critica allo strapotere delle aziende farmaceutiche e del sistema sanitario incapace di affrontare un’emergenza di portata ingente come quella che colpì gli Stati Uniti (come il resto del mondo, del resto), nella seconda metà degli anni 80: il club di cui si parla è quello che spacciava farmaci illegali per quanto più utili di quelli che venivano adoperati ai tempi nella cura all’AIDS che senza tale circuito sarebbero stati inaccessibili ai più.

A livello di regia quasi mai s’intravede un lampo di genio, Vallée ha uno stile contemporaneo senza infamia e senza lode, certo ci riserva qualche bel momento (la stanza piena di falene, scena narrativamente inutile ma visivamente eccezionale), ma più che altro si limita a restare attaccato ai suoi attori senza i quali sa bene che sarebbe perduto: la maturazione e la presa di coscienza del protagonista avviene in maniera totalmente naturale, da migliore tradizione d’actor studio, e stupisce davvero quanto McConaughey arrivi ad aderire al suo personaggio attraverso anche una sua maturazione attoriale che ha del sensazionale (solo per citare, altri tre film recentissimi in cui è eccezionale: Killer Joe di Friedkin, Magic Mike di Soderbergh, Wolf of Wall Street di Scorsese). La sceneggiatura è ben impiantata e qualche volta, specie grazie al personaggio di Ray, ci strappa qualche risata.

Un film da zero retorica e molti pugni nello stomaco, da ricordare quasi Boys don’t cry che valse infatti l’Oscar alla sua metamorfizzata attrice protagonista Hilary Swank, decisamente da vedere tutto d’un fiato per godere a pieno della scintillante naturale bravura dei suoi protagonisti.

I migliori film del 2013 secondo Irene (2nd year version)

Per il secondo anno mi trovo in dovere (di che entità sia questo dovere tuttavia non sono in grado di dire esattamente, ha quasi una matrice kantiana da legge morale dentro di me e cose del genere se mi sono spiegata) di fare una summa delle visioni più piacevoli e soprattutto più fertili dell’anno appena trascorso. Come lo scorso anno, prenderò in considerazione film usciti in sala in Italia durante tutto il 2013, anche se sono stati prodotti nel 2012.

Ho imparato che tanto le motivazioni non importano a nessuno per cui sotto col listone intanto, dalla 10 alla 1

10

Venere in Pelliccia – di Roman Polanski

9

Holy Motors – di Léos Carax

8

Che strano chiamarsi Federico! – di Ettore Scola

7

La vita di Adele – di Abdellatif Kechiche

6

Gravity – di Alfonso Cuaròn

5

Solo Dio Perdona di Nicholas Winding Refn

4

Come pietra paziente – di Atiq Rahimi

3

Re della terra selvaggia – di Benh Zeitlin

2

Spring Breakers – di Harmony Korine

1

La grande bellezza – di Paolo Sorrentino

In prima posizione Sorrentino perché mi ha stupito, perché è giusto, perché Servillo è gigantico, perché Paolo gira come sanno fare pochi e perché, nonostante tutto, ravvedo qualche parvenza di onestà in quello che racconta. La prima posizione se non fossi stata così innamorata di Servillo sarebbe andata a Spring Breakers, stupefacente film di Korine passato piuttosto in sordina e travisato dai più, ma proprio questo lo ha reso più coraggioso nel suo spingersi oltre il senso comune del bello e del ‘trash’, con sbalorditive capacità di fondere questi due aspetti, due facce di una stessa medaglia. Re della terra selvaggia (opera prima di Benh Zeitlin) è forse il più lirico del podio, gran parte del mio giudizio va alla colonna sonora composta dal regista stesso.

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Ho evitato gli ex aequo quest’anno anche se è chiaro che alcuni film, non presenti nella lista, sono comunque stati abbastanza apprezzati dalla sottoscritta, per fare alcuni esempi, No, film cileno di Pablo Larraìn, Miele, della Golino, Il lato positivo di David O’Russell, Educazione Siberiana di Salvatores,  Les Misérables di Tom Hooper, e il non nominato Django Unchained perché Tarantino nelle classifiche è inutile mettercelo.

Sul fronte ‘non visti’ ovviamente la mia lista è lunga, e tra quelli che più fanno sentire la propria assenza a mio parere c’è Il Passato di Farhadi, The Grandmaster di Wong Kar Wai, il Leone d’Oro a Venezia Sacro Gra di Gianfranco Rosi, e Lo sconosciuto del lago, messo al primo posto quest’anno in questa medesima top ten dei Cahiers du Cinema (e da me stra-snobbato, vedi un po’).

Per la lista ignobile dei film che più mi hanno deluso, invece, alcuni titoli potrebbero essere Il grande Gatsby di Baz Luhrmann, Moebius di Kim ki Duk, Bling Ring della Coppola (i casi più eclatanti, o meglio, quelli dai quali mi aspettavo veramente qualcosa di diverso), mentre quelli che bene o male hanno seguito l’idea che mi ero fatta pur non positivizzandola sono stati Lincoln di Spielberg, Qualcuno da amare di Kiarostami, To the Wonder di Malick, Treno di notte per Lisbona di Bille August.

Tutti i film citati hanno il link della loro corrispettiva recensione laddove fosse stata scritta, quindi sentitevi liberi di linkare se volete approfondire.

Auguri a tutti i lettori per l’anno nuovo, e speriamo in belle visioni per questo 2014.

A presto!