Il Sud è niente, se restiamo in silenzio

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In mezzo alla nullità filmica presente nelle sale italiane nel periodo natalizio, è una sorpresa trovare in qualche nicchia questo film italiano, indipendentissimo, di Fabio Mollo, che fin dal titolo si promette interessante: Il Sud è niente è uno di quei film che, intimi e silenti, si fanno spazio dentro dopo la visione e si ritagliano un angolo privilegiato.

Un’opera che non ha niente di pretenzioso e,anzi, si fa avvertire nella sua urgenza di racconto, nel bisogno del regista di raccontare il suo Sud, la sua Reggio Calabria, prova che anche con un budget basso è possibile creare prodotti notevoli se davvero si pone fiducia in ciò che si sta creando.

Il film è la storia di Grazia, una ragazza “maschiaccio” all’ultimo anno di liceo, senza affetti vicini se non quelli familiari: una saggia nonna, un padre che, volente o nolente, non c’è quasi mai, e un fratello, scomparso, forse morto, forse emigrato, che la ragazza rivede in sé stessa fino a emularne le fattezze fisiche e le mansioni (è lei ad aiutare il padre nel suo negozio di pescestocco).  Il dramma di Grazia esce da se stesso e si fa corpo altrui quando la ragazza vede fisicamente suo fratello immergendosi nelle acque dello Stretto di Messina, in una rimembranza d’Atalante, dalle quali come una dea piena di saggezza e antichità riemergerà rigenerata, nuova,  pronta a combattere col suo rumore – che è voglia di vivere – un ambiente, quello del “Gebbione” di Reggio, che vorrebbe urlare ma non ci riesce, che è schiacciato dalla propria silenziosa rassegnazione al peggio. Grazia, anche grazie all’aiuto di Carmelo, il giostraio che si propone di trovare il fratello, o almeno il di lui fantasma, con le sue parole interverrà a dare identità al problema della sua famiglia e, contemporaneamente, in una bellissima compenetrazione ambiente/paesaggio che ricorda quelle del migliore Crialese, a quello della sua terra: solo così un gesto, un fischio, o una camicia rossa, potranno prendere significato anche da soli, in un silenzio che ritorna ma che non sarà più oppressivo e che anzi sarà manifesto di un’estrema chiarezza, emozionale e relazionale.

Soprendente la giovane attrice, esordiente, scoperta “per caso” dal regista proprio nel quartiere di Reggio in cui il film è ambientato, Miriam Karlkvist, che dà corpo e anima alla protagonista, e si fa espressione, si fa coraggio di parlare, e risulta perfetta in un ruolo che sembra scritto per lei. Bravi anche Vinicio Marchioni nel ruolo del padre (già visto, tra molti lavori, nella serie di Romanzo Criminale) e l’altro esordiente assieme alla protagonista Andrea Bellisario nel ruolo del giostraio Carmelo.

Educazione siberiana – quando il cinema si fa antropologia

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Un uomo non può possedere più di quanto il suo cuore possa amare

Salvatores in questo film si sposta dai suoi colori storici, quelli caldi del Sud, del Mediterraneo che lo hanno reso celebre, verso le tonalità fredde, quelle del gelo e della neve della Russia di questa Educazione Siberiana.
Il film si basa sul celebre romanzo best seller omonimo di Nicolai Lilin, presunta storia vera/autobiogradica (qui per approfondimenti sulla veridicità del romanzo) di due ragazzini (Tumalavicius e Federavicius, che interpretano Gagarin e Kolima) che, nel cuore della Russia, vengono educati a delinquere. Ma a delinquere “per bene”: una sorta di Sparta in salsa sovietica, un comunismo utopico in cui si ruba ai ricchi (banchieri, usurai e poliziotti) per dare ai poveri, ma anche comunità profondamente religiosa e gerarchica, nella quale è il vecchio e saggio ultratatuato John Malkovich ad essere una sorta di capotribù, uomo di crimine ma anche d’onore che dona ai due bambini la “picca”, il loro coltello, regalo di una maturità precocemente raggiunta, ma che anche insegna loro a usarlo e per questioni criminose e per questioni diplomatiche (come si vedrà a fine film).
Tutta la prima intrigante parte del film è volta al racconto di questa integerrima, fredda Educazione, che giunge al termine con l’appropinquarsi della sessualità (rappresentata, sempre in veste quasi infantile, dalla figura della “voluta da Dio”, Xenia, figlia del dottore del paese) e con il confronto dei giovani della comunità col mondo esterno, prima gli strascichi della Guerra Fredda, poi l’occidentalizzazione: i negozi, le canzoni americane che così poco sono accomunabili al folklore siberiano.

Registicamente non è tra i migliori di Salvatores ,tendenzialmente è un film di sceneggiatura più che di regia (forse in questo senso era meglio il precedente quasi andersoniano Happy Family, con una regia più dinamica), ma regala alcuni momenti molto sospesi e toccanti di indubbio fascino: la scena in riva al fiume in piena e quella sulla giostra, su tutte.

Si avverte tuttavia nell’intreccio un qualcosa di mancante, specie in una seconda parte che, meno suggestiva della prima, non riesce a tenere così alto l’interesse della sfida della selezione naturale di Kolima e Gagarin, entrambi leoni che non possono e non riescono a dominare in due lo stesso territorio, propaggini della grande figura occupata da Malkovich ma divisa a metà; si avverte come l’imminenza di un fatto, di una risoluzione che tarda ad arrivare e fa sentire come se l’attesa dell’evento fosse di molto superiore all’evento stesso, tutta un’educazione svolta per mettere in pratica un semplice atto di rassegnazione, o se vogliamo di dominazione, del forte sul debole, del giusto sullo sbagliato.

Così come coi tatuaggi s’intuisce la storia delle persone morte senza nome, si capisce perché l’insistenza sull’educazione sia così importante ai fini della riuscita di una storia che, a conti fatti, non racconta molto più di qualsiasi altra, ma la racconta indagando nell’antropologia e nel folklore di un popolo forse perduto e morto senza avere un nome, e solo approfondendo la sua formazione si può capire veramente chi siano, chi fossero stati, questi siberiani.